giovedì 14 luglio 2011

Destini che non si incrociano

Ripropongo qui una vecchia poesia a me molto cara, perchè legata ad eventi che hanno inciso  profondamente su di me.E' stata scritta e composta il 07 settembre del 2009, ma essa si riferisce ad eventi accaduti due mesi prima e che oggi quasi come commemorazione a due anni esatti pubblico qui.



Mi chiedi perché i nostri destini, non più così di frequente si incrociano, mia divina!

A quale divinità malevola possiamo imputare la colpa?

A Nannai che tempestoso attraversa i cieli notturni?

Ad una divinità beffarda che dell’inganno gioisce?

Oppure al semplice volere umano

che mi spinge, alla sera, ad attraversare le deserte strade della Sardegna?

Mi fermo ai bordi di un bosco

la luna piena rischiara la notte

ed attendo che dal sottobosco escano le janas.

Ma loro non si presentano!

Ed, allora, verso sud mi dirigo

e sulle spiagge meridionali della Sardegna mi siedo

in attesa che dalle acque marine esca fuori una Ninfa del Mare.

Ma solo normali donne umane io incontro

e tutte loro io ignoro.

Ed, allora, sulle rocce del bordo di un ruscello mi siedo in attesa di una Ninfa dell’Acqua.

Ma anch’essa non compare.

Forse di questo mondo esse non sono?

Forse appartengono ad un'altra dimensione?

Così nelle feste di paese io vado

ed in mezzo alla gente mi ritrovo

e tra loro io cerco quella donna

che per cinque volte  ho sognato

e l’ultima volta mi teneva tra le sue braccia

e sul suo petto mi faceva posare la mia testa.

E consolandomi mi asciugava le lacrime

e con  le sue parole è stata capace di rompere l’incantesimo.

Ma anch’essa io non trovo.

Forse anche lei, così leggiadra ed incantevole, non fa parte di questo mondo?

Di un'altra dimensione anch’essa è?

Ma per lei il balzo  lo faccio!

Ma per lei il salto in quella dimensione io lo faccio….

giovedì 16 giugno 2011

Gli Oli Essenziali dalle Piante Aromatiche (Nannai, 13 giugno 2011)

di Nannai

Alambicco trovato nel 2007 a Pyrgos (Creta)
La primavera rappresenta per il naturalista, l'escursionista o per il semplice appassionato di natura il momento migliore per violare i segreti delle piante. Si tratta del periodo dell'anno migliore per osservarle. Infatti, le piante, dopo la lunga quiescenza invernale, si preparano al loro compito più importante, quello della riproduzione. Ed è, in questo momento, che mettono in campo tutte le strategie per favorirla, innescando quelle simbiosi con insetti e microrganismi del suolo che si sono andate perfezionando nei milioni di anni della loro esistenza. Aiutate dalle prime piogge primaverili e dall'aumento della temperatura e delle ore di luce, il loro sviluppo vegetativo risulta essere, anche all'occhio abituato del naturalista, impressionante.
I fiori e le giovani foglioline secernono tutta una serie di composti volatili ed eterei, come alcoli, terpeni ed aldeidi che vanno ad attirare gli insetti impollinatori. Altri composti servono, invece, per allontanare gli insetti nocivi che danneggerebbero il delicato apparato riproduttore della pianta.
Queste essenze volatili, e di natura molto varia, si ritrovano in abbondanza nelle piante aromatiche. E vista la natura sgargiante dei loro fiori colorati e il profumo intenso da esse emanato non potevano, di certo, passare inosservate all'occhio dell'uomo.
L'interesse dell'uomo per le piante aromatiche si perde con l'inizio stesso della storia umana. Forse, le prime osservazioni delle loro capacità medicinali avvennero quando i primi uomini bruciarono i loro legni ricchi di essenze e di resine profumate in ambienti chiusi. Questi uomini avevano notato che alcune di queste piante emanavano un odore gradevole; altre, invece, erano capaci di avere un potere su di loro: aprivano il respiro, avevano effetti stimolanti e rilassanti. Gradualmente, questi effetti furono studiati da uomini particolari che divennero i custodi dei segreti e delle proprietà di queste piante. Il loro uso medicinale andò sempre più fondendosi con un uso rituale e spirituale. I custodi di questi segreti furono gli uomini di medicina o sciamani che accompagnavano i riti di guarigione del malato con il bruciare su dei bracieri le polveri delle piante aromatiche. Il fumo che si innalzava verso il cielo dai bracieri aveva come significato l'invocazione degli spiriti benigli o la scacciata di quelli maligni dal paziente.
Dalle tavolette cuneiformi sumere, trovate in quelle terre che un tempo erano note con il nome di Mesopotamia, veniamo a sapere che i sumeri usavano il papavero, la mirra, l'essenza di rosa, di pino e di sesamo immerse nella forte birra del tempo per la cura del mal di testa. Di queste ricette le tavolette cuneiformi ne sono piene.
Ma i primi ad estrarre gli oli essenziali dalle piante aromatiche furono gli egizi. I sacerdoti egizi erano molto abili ed esperti nell'arte della distillazione, dell'estrazione delle essenze e nelle preparazioni aromatiche. I laboratori per l'estrazione delle essenze sorgevano sempre in vicinanza dei templi, perchè anche in egitto la pratica medicinale si confondeva ancora con la religione.
Anche se è probabile che la loro fosse semplicemente una idrodistillazione, furono, comunque loro, i primi a trattare le piante ed ottenerne gli oli essenziali.
Altrettanto antiche sono le notizie di distillazioni nel mondo acheo e del mediterraneo orientale. Risale al 2007 il ritrovamento di alcuni alambicchi in terracotta provenienti da Pyrgos (Cipro), datati intorno al 1850 a.C. . Essi rappresentano a tutti gli effetti i più antichi reperti archeologici di questo tipo.
Rosa centifolia
Ma per avere una prima notizia dell'utilizzo della metodica dell'estrazione degli oli essenziali secondo il metodo più efficiente e qualitativamente migliore e ampiamente usato oggi dobbiamo aspettare il medico, filosofo e matematico persiano, Avicenna. A lui si deve la scoperta, o, comuque, la messa a punto della serpentina per il raffreddamento delle acque di distillazione, la condensazione del distillato e la successiva separazione delle acque aromatiche dagli oli essenziali. Nei suoi primi esperimenti utilizzò la rosa damascena e la rosa centifolia (immagine a lato), molto apprezzata in oriente.
I suoi studi e le sue osservazioni giunsero in Europa grazie all'altrettanto famosa Scuola Medica Salernitana.
Parallelamente, le conoscenze delle erbe venivano conservate e promosse nelle officine e nei laboratori erboristici delle certose e dei monasteri di tutta Europa.


Estrarre gli Oli Essenziali.

Nella pratica dell'estrazione degli oli essenziali è necessario rispettare delle piccole regole che molto spesso si apprendono con l'esperienza. Molto importanti sono il tempo di raccolta. Non tutti i momenti dell'anno sono propizi per ottenere la migliore resa e la qualità migliore dell'olio. Quindi l'aromaterapeuta deve essere una persona paziente e capace di attendere il periodo dell'anno migliore per la raccolta delle sue preziose piante essenzifere. Due sono i tempi che deve attendere: il tempo balsamico e l'ora balsamica.
Liber de Arti Distillandi de Compositis, di Brunschwig,1512

Il tempo balsamico è il periodo dell'anno in cui la pianta aromatica presenta la più alta concentrazione di principi attivi e quindi più alta sarà la sua resa. Questo tempo varia da specie a specie ed in genere coincide con la massima fioritura.
L'ora balsamica invece è un tempo giornaliero e corrisponde al momento del giorno in cui si ha la maggiore presenza in percentuale di olio nella pianta. Questo momento coincide con le ore più calde della giornata.
Un altra osservazione che l'attento distillatore di oli essenziali può fare è scoprire popolazioni di piante che hanno una resa superiore rispetto ad altre. Questo in genere dipende dalla localizzazione del sito. Se questo è ben esposto al sole, se si trova ad una certa altitudine dal livello del mare e se le piante non devono competere con altre per i nutrienti o per la luce del sole. Queste osservazioni hanno una grande importanza per una corretta estrazione degli oli essenziali. Infatti, è su di esse che si basa la separazione di uno o più chemiotipi. Trovare una popolazione di piante aromatiche spontanee che presentano una percentuale maggiore di uno o degl'altri componenti può essere importante per la valorizzazione dell'olio estratto e per le proprietà curative, nonchè per il suo valore economico sul mercato.
Dopo la raccolta, la fase successiva è la distillazione. Il campione raccolto in genere si distilla in giornata, preferibilmente la sera stessa della raccolta.
Esistono diverse metodiche di estrazione degli oli essenziali. Anche se la distillazione in corrente di vapore è quella più ampiamente utilizzata, a volte essa risulta essere non sempre la scelta migliore da usare. Quindi per il nostro scopo, sarà utile fornire un breve elenco delle metodiche più utilizzate. Si deve, comunque, subito sottolineare che ogni metodo estrae una serie di sostanze leggermente differenti e questo ha come prima conseguenza una diversificazione della qualità e della quantità del materiale ottenuto.
La spremitura a freddo è generalmente utilizzata per l'estrazione degli oli essenziali degli agrumi contenuti nella buccia. Si tratta di un metodo meccanico che si differenzia dagli altri metodi in quanto utilizzano uno o più solventi, in genere l'acqua ma non è raro che venga usato anche etanolo, etere o cloroformio. In questi ultimi casi si ha la cosidetta estrazione con solventi. In questo tipo di estrazione il materiale aromatico viene immerso nel solvente. Questo metodo ha un vantaggio in quanto mantiene la fragranza fedele all'originale. Il materiale che si ottiene, chiamato essenza concreta, è un solido opaco costituito dal 50% di cera e da 50% di olio volatile. La separazione avviene usando un secondo solvente facilmente eliminabile, l'alcool.
Un altro metodo, molto antico, è l'enfleurage. E' un metodo che viene impiegato per fiori preziosi come gelsomino, rosa e tuberosa. Consiste nel lasciare macerare nell'olio o nel grassso i fiori appena colti. E' un metodo che fornisce un profumo fedelissimo all'originale ed è apprezzatissimo ma richiede tanta pazienza ed è molto oneroso.
Il metodo più usato è comunque la distillazione in corrente di vapore in cui il materiale aromatico viene attraversato dal vapor acqueo caldo proveniente da una caldaia separata.

Schema della Distillazione in Corrente di Vapore

Il vapore caldo entrando in contatto con il materiale vegetale lo distende aumentando la permeabilità delle membrane e rompendo le cellule che contengono le essenze, le quali si liberano così nel vapore. Il vapor acqueo e l'olio essenziale arriva poi alla serpentina refrigerata che permette alla miscela di ricondesarsi ed andare a finire nel vaso fiorentino che funziona da vaso separatore in cui l'olio si separa per densità dall'acqua. L'acqua viene raccolta e conservata in quanto contiene tutti quei preziosi composti che sono idrosolubili e che vanno a formare quella miscela nota come acqua aromatica. Ben note sono le acque aromatiche di rosa e quella degli angeli ottenuta dalla distillazione dei ramoscelli fioriti di mirto.
Una variante alla distillazione in corrente di vapore è l'idrodistillazione dove una parte del materiale è immerso nell'acqua e quindi subisce una bollitura parziale.


Perchè Distillare Oli Essenziali?

Gli oli essenziali e i profumi estratti dalle piante aromatiche sono stati per millenni le prime sostanze usate dagli uomini per la cura del corpo e della psiche, la profumazione del corpo e degli ambienti. La loro estrazione è stata una naturale conseguenza dell'osservazione delle proprietà curative delle piante che le contenevano. Per lunghissimo tempo gli oli essenziali sono stati i primi rimedi medicinali usati ampiamente prima della nascita della moderna industria farmaceutica. Ed oggi si osserva un ritorno ad essi anche da parte della farmaceutica e dell'erboristeria.
Gli oli essenziali presentano numerosissime azioni farmacologiche: sono antisettici, antibatterici, vermifughi. Hanno proprietà sedative, stimolanti, espettoranti, antidepressive, agiscono come tonici per la circolazione sanguigna ed alcuni di essi come l'olio essenziale di mirto, che contiene il principio attivo acilfluoroglucinolo, presenta una azione antibiotica simile alla penicillina e alla streptomicina, agendo anche sui microrganismi resistenti a questi antibiotici.
Comunque, se non è un azione terapeutica che state cercando, gli oli essenziali possono venir usati come profumi d'ambiente. Svolgono molto bene quest'azione l'olio essenziale di lavanda, di rosmarino, di biancospino o le essenze degli agrumi: di limone e di arance. Basta mettere una o due gocce sulla lampadina calda della vostra lampada da soggiorno e in pochissimo tempo le vostre case saranno profumate con fragranze naturali, non nocive e con effetti positivi sull'umore e sullo stato d'animo.





Bibliografia

Terence McKenna - The Ethnobotany of Shamanism

Marco Valussi - Il Grande Manuale dell’Aromaterapia. Tecniche Nuove

Julia Lawless - Enciclopedia degli Oli Essenziali. Tecniche Nuove

Pier Carlo Braga - Oli Essenziali del genere Thymus e il Timolo: azioni farmacologiche. Johan & Levi Editore.

Carlotta Satta- Le Piante Officinali Spontanee di Sardegna - Zonza Editori

Maria Rosaria Belgiorno - L'alambicco di Pyrgos. Archeo, n° 278,Aprile 2008, pp. 52-59

A.A.V.V. - La Medicina dei Semplici - Monastero della Certosa di Parma

Luciano Cognola - I Segreti della Nuova Aromaterapia. Edizioni Si

domenica 15 maggio 2011

L’Antro delle Ninfe

di Porfirio


Parliamo infine di quanto Omero vuole in modo oscuro significare con l’antro di Itaca, che egli descrive con questi versi, dicendo:

In capo al porto un ulivo dalla lunga chioma,
vicino a lui l’antro amabile, tenebroso,
sacro alle Ninfe che Naiadi si chiamano.
Dentro (vi) sono crateri ed anfore
di pietra, dove le api serbano il miele.
Lì alti telai di pietra, sui quali le Ninfe
tessono stoffe color porpora, meravigliose a vedersi;
lì ancora acque che sempre scorrono. Due sono le porte,
l’una che scende verso Borea è per gli uomini,
l’altra verso Noto ha (un carattere) più divino;
per di là non entrano gli uomini, ché è la via degli immortali. 



Che (il poeta) ha fatto menzione delle cose riferite, non avendole assunte quale risultato di una ricerca (personale sul luogo), lo dimostrano coloro che hanno dato per iscritto una minuta descrizione dell’isola, non ricordando alcun antro siffatto nell’isola come afferma Cronio. D’altra parte è cosa evidente, sarebbe assurdo che uno inventando un antro per licenza poetica, speri di far credere il fortuito e l’inventato col simulare nel paese di Itaca vie per gli uomini e per gli dèi.
Del resto, se non l’uomo, la natura di per sé avrebbe manifestato (una via) per la discesa a tutti gli uomini e un’altra complementare per tutti gli dèi. Poiché il mondo universo è pieno d’uomini e di dèi, l’antro di Itaca è ben lontano dal persuadere che comporti in sé (la via) di discesa per gli dèi e per gli uomini.
Pertanto, fatta questa premessa, Cronio dice che è evidente, non solo ai saggi ma anche agli ignoranti, che il poeta si esprime in questi (versi) con un linguaggio allegorico e allusivo, che induce a ricercare qual è la porta per gli uomini e quale quella per gli dèi, e cosa significa questo antro dalle due porte, che si dice sacro alle Ninfe, ad un tempo amabile e tenebroso, non essendo l’oscurità affatto amabile ma piuttosto temibile.
Perché poi non è semplicemente detto sacro alle Ninfe, ma è con tutto rigore attribuito a quelle che Naiadi si chiamano? E ancora a quale scopo l’impiego di crateri e anfore, non contenenti alcun liquido, nei quali le api serbano il loro miele come in arnie? E quegli alti telai posti (qui) quale dono alle Ninfe, (fatti) non di legno o d’altra materia ma della medesima pietra delle anfore e dei crateri? Ma questo è certo meno difficile (da comprendere): su questi telai di pietra le Ninfe tessono stoffe color porpora, cosa meravigliosa non solo a vedersi ma anche a sentirsi. Chi infatti crederà che le dee tessano panni color porpora in un oscuro antro su telai di pietra, quando s’intende (poi) che i tessuti medesimi delle dee e le vesti di porpora sono visibili? Oltre a ciò è altresì strano che l’antro abbia due porte, delle quali l’una è preparata per la discesa degli uomini, l’altra invece per gli dèi. E si dice che quella accessibile agli uomini sia volta nella direzione del vento di Borea, quella per gli dèi verso Noto.
Né poco è il dubbio sulla causa per cui attribuì le parti di Settentrione agli uomini, e agli dèi invece quelle di Meridione, e per quale motivo non ha usato piuttosto il Levante e l’Occidente, giacché quasi tutti i templi hanno le statue e gli ingressi volti a Levante, in più, coloro che entrano, guardano ad Occidente, allorché stando dinanzi alle statue tributano agli dèi preghiere e riti.
Benché il racconto abbondi di siffatte oscurità, non è una favola inventata per diletto, e nemmeno (del resto) contiene la descrizione di un luogo reale; tuttavia il poeta, che pone per mistica ragione una pianta d’ulivo vicino (all’antro), vuole attraverso esso altro significare. Certo, anche gli antichi stimarono difficile investigare e spiegare tutto ciò, e noi, che tentiamo ora di svelare le cose del loro tempo, siamo d’accordo con loro. Sembrano pertanto più leggeri quanti, scrivendo la storia di (quel) paese, considerano intera finzione del poeta e l’antro e le cose narrate su quello.
Eccellenti al contrario e accuratissimi quanti descrissero la conformazione di quella terra; e (tra questi) Artemidoro d’Efeso scrive nel quinto libro della sua opera divisa in undici libri: "Allontanandosi verso Levante da Panormo, porto di Cefalonia, alla (distanza) di dodici stadi si trova l’isola di Itaca, (che misura) ottantacinque stadi, stretta ed elevata, il cui porto è chiamato Forcino; vi è in esso un lido nel quale si trova un antro sacro alle Ninfe, dove si dice che i Feaci sbarcarono Ulisse".
Non sarebbe dunque cosa interamente inventata (quella) di Omero; ma sia che egli abbia semplicemente narrato, sia che v’abbia aggiunto anche del suo, nondimeno restano le questioni per chi ricerca l’intenzione, e di coloro che (lo) consacrarono, e dell’aggiunta del poeta, giacché gli antichi non consacrarono alcun tempio senza simboli mistici, né Omero a questo riguardo ci riferisce alcunché a caso. Quanto più uno si sforzi di dimostrare che le cose riguardanti l’antro non sono invenzione di Omero, e che questo prima di Omero fosse già dedicato agli dèi, tanto più (questo) monumento si scoprirà pieno dell’antica saggezza; e per questo vale la pena investigare, anzi è necessario esporre in sé la simbolica (sua) consacrazione.
Dunque, gli antichi consacravano convenientemente gli antri e le caverne al mondo, considerato sia nella sua sia nelle sue parti, attribuendo alla terra il simbolo della materia di cui il mondo è composto; perciò taluni ne inferivano pure che la terra fosse materia, e che gli antri significassero che il mondo viene dalla materia. Poiché generalmente gli antri (hanno) formazione spontanea e sono congeniti alla terra; racchiusi in una roccia uniforme, concavi all’interno, si spingono all’esterno verso l’indefinito spazio della terra. Il mondo generatosi e cresciutosi da sé è affine alla materia, che sasso e pietra chiamavano metaforicamente, perché grezza e resistente (all’impronta) della forma, e ritenevano (inoltre) per la sua mancanza di forma infinita. Ed essendo fluida e priva in sé della (determinazione) formale, per la quale si plasma e si manifesta, prendevano come cosa conveniente l’umido stillante degli antri e l’oscuro e, come dice il poeta, tenebroso, a simbolo di ciò che è nel mondo per la materia.
Da una parte dunque, il mondo a causa della materia, è tenebroso ed oscuro, dall’altra, per il congiungimento della forma (alla materia) e l’ordinamento dal quale trae anche il nome di ornamento, è bello e amabile. Donde con proprietà si poté chiamarlo antro: ameno, per colui che lo consegue rettamente per partecipazione delle forme; tenebroso per colui che cerchi di scrutarne e penetrarne con la mente l’infimo fondamento. Cosicché le cose che si trovano fuori, alla superficie, sono amabili, mentre quelle che sono all’interno, in profondità, tenebrose.
Così i Persiani iniziano il miste istruendolo sulla discesa delle anime sottoterra e sulla nuova uscita, dando il nome di caverna al luogo. Da principio, come dice Eubulo, quando Zoroastro consacrò una caverna naturale sui monti vicino alla Persia, florida e ricca di sorgenti, in onore di Mitra, fattore e padre di tutte le cose, la caverna costituiva per lui una immagine del mondo, che Mitra creò, giacché le cose che vi erano disposte a intervalli appropriati, portavano i simboli degli elementi e delle regioni del mondo.
Dopo questo Zoroastro, invalse l’uso anche presso gli altri di compiere i riti iniziatici in antri e caverne, sia naturali, sia costruiti da mano umana. Infatti, come agli dèi celesti si innalzavano santuari, templi ed altari, ai terrestri ed agli eroi are, ai sotterranei buche e sacrari, così al mondo antri e caverne; parimenti poi alle Ninfe: a causa delle acque che stillano o scaturiscono negli antri, ed alle quali presiedono le ninfe Naiadi, come esporremo tra poco.
Non solo, come dicemmo, facevano dell’antro un simbolo del mondo sensibile, ma lo assumevano anche a simbolo di tutte le invisibili potenze, per il fatto che gli antri sono oscuri: così non appare la sostanzialità delle potenze. Dunque, anche Kronos si prepara un antro nell’oceano e vi nasconde i suoi figli, parimenti Demeter alleva Kore in un antro tra le Ninfe, e molte altre cose di questo genere si ritroverebbero scorrendo le opere di coloro che parlano delle cose divine.
Del resto, (si sa) che gli antri erano consacrati alle Ninfe, e tra queste soprattutto alle Naiadi che si trovavano presso le sorgenti, e traggono il loro nome dalle acque dalle quali sorgono fluenti; e lo attesta anche l’inno ad Apollo, nel quale si legge:

Per te aprirono le sorgenti delle acque dell’intelletto
che dimorano negli antri
alimentate dall’alito della terra
per l’ispirato oracolo della Musa;
esse sgorgando sulla terra...
senza posa porgono ai mortali brocche (colme) delle dolci correnti.

Da qui, credo, presero le mosse anche i Pitagorici; e, dopo questi, Platone rappresentò il mondo come un antro o una caverna. Perciò in Empedocle le potenze conduttrici delle anime dicono:

Ecco, siamo giunte nell’antro coperto.



In Platone, nel settimo libro della Repubblica, si legge: "Ecco infatti gli uomini in un antro sotterraneo, in una dimora simile a una caverna, che abbia l’ingresso aperto alla luce esteso quanto tutta la caverna. E rispondendo l’interlocutore: "Strana figura tu esponi", soggiunse: "È necessario dunque, mio caro Glaucone, adattare questa figura a quanto dicevamo prima: paragonando la sede che si rivela attraverso gli occhi, ad una prigione, la luce del fuoco in sé, alla potenza del Sole"".
Da ciò è dunque provato che coloro che si occuparono delle cose divine, consideravano gli antri quali simboli del mondo e delle potenze universali, ma anche come già si disse, dell’essenza intelligibile, spinti (a ciò), certamente, da diverse e differenti ragioni.
In effetti gli antri erano considerati (come simbolo) del mondo sensibile, per il fatto che sono oscuri, petrosi, umidi; e tale è il mondo, a causa della materia di cui è costituito, che è resistente (alla determinazione) e fluida.


Ma anche dell’intelligibile, perché non cade sotto il dominio del senso, e per la solidità dell’essenza; così anche le potenze particolari non sono percepibili, soprattutto quelle che si trovano nella materia. Difatti, gli antri erano ritenuti simboli in conformità (alle modalità): naturale, notturna, oscura, petrosa; ma niente affatto rispetto alla forma, come taluni pensavano, perché non tutti gli antri sono sferici come quello che in Omero ha due entrate.
Poiché l’antro ha (per definizione) duplice aspetto, non solo lo prendevano come sostanza dell’intelligibile ma anche come essenza del sensibile; così quello ora considerato, per il fatto di avere acque sempre scorrenti, non potrebbe affatto essere simbolo della realtà intelligibile (in sé) poiché supporta quello della forma congiunta alla materia. Perciò non è sacro alle Ninfe dei monti né (a quelle) delle cime o ad altre del medesimo genere, ma alle Naiadi, che traggono il loro nome dalle fonti.


Ora, noi chiamiamo ninfe Naiadi in modo particolare quelle potenze che sono preposte alle acque, mentre (loro) chiamavano anche insieme le anime cadute nella generazione. Si riteneva infatti che le anime seguissero l’acqua; la quale è (esistenziata) dallo spirito divino, come dice Numenio; per questo afferma, anche, che il Profeta disse: "Lo spirito di Dio aleggiava sulle acque".
Per questa ragione gli Egizî non collocavano su (una base) solida tutti i demoni, ma li collocavano su di un naviglio; e anche il sole e, in breve, si deve sapere, tutte quelle anime che, cadute nella generazione, vengono avvolte dall’umido. Donde Eraclito: "Alle anime sembra diletto, non morte, il divenire umide: la caduta nel divenire è per loro diletto". E altrove: "La nostra vita sembra la loro morte, e la loro vita la nostra morte". Perciò il poeta chiama umidi" coloro che si trovano nel divenire, dato che le (loro) anime sono pervase dall’umido. Perché a queste riesce caro il sangue e l’umido seme, mentre a quelle "delle piante l’acqua è di nutrimento.
Del resto, taluni sostengono che gli esseri dell’aria e del cielo si nutrono dei vapori umidi, (che si liberano) dalle fonti e dai fiumi, e delle altre esalazioni. Parve poi agli Stoici che il sole si nutrisse delle esalazioni del mare, la luna di quelle delle acque delle sorgenti e dei fiumi, gli astri dell’esalazione della terra. E per questo il sole trova la sua esistenza quale massa di intelletto accesa dal mare, la luna dalle acque dei fiumi, e le stelle dall’esalazione della terra. Ne consegue di necessità che le anime sono o corporee o incorporee: così, quando attirano un corpo, soprattutto quelle che devono essere imprigionate nel sangue e in umidi corpi, volgono verso ciò che è umido e prendono corpo inumidendosi. Perciò quelle di coloro che sono morti vengono evocate con l’effusione e di bile e di sangue, e quelle che amano il corpo, attirando l’umido spirito, lo condensano in guisa di nube: perché l’umidità condensata in aria forma la nube; ed essendosi condensato in esse lo spirito per eccesso d’umidità, diventano visibili. Tra queste sono quelle che, per aver contaminato lo spirito, si danno nella fantasia di taluni con l’aspetto di fantasmi; tuttavia, quelle pure sfuggono alla generazione. E lo stesso Eraclito disse: "L’anima secca è molto saggia". Perciò anche qui lo spirito diviene umido e più molle per il desiderio d’intima unione, quando l’anima attira il vapore umido per l’inclinazione alla generazione.
Di conseguenza, le ninfe Naiadi sono (in figura) quelle anime che vanno verso la generazione. Donde il costume di chiamare ninfe coloro che per sposarsi, quasi si unissero in vista della generazione, e di effondere con le acque lustrali prese dalle sorgenti o dalle fonti o dalle fontane perenni.
Peraltro, per le anime che avanzano secondo natura nella perfezione e per i demoni tutelari la nascita il mondo è sacro e amabile, pur essendo per natura oscuro e tenebroso. Da ciò si congetturava che le stesse fossero aeriformi e traessero dall’aria la (loro) sostanza. Per questo motivo sarebbe consacrato sulla terra un antro loro conveniente, amabile e tenebroso ad immagine del mondo, nel quale come in un grande tempio indugiano (tali) anime. Mentre è conveniente alle Ninfe preposte alle acque quell’antro in cui sono acque che sempre scorrono.
Sia dunque il presente antro attribuito alle anime e tra le potenze più particolari alle Ninfe, che essendo preposte alle fonti e alle sorgenti, vengono perciò chiamate Pegee e Naiadi. Quali differenti simboli abbiamo dunque, riferentisi gli uni alle anime e gli altri alle potenze delle acque, per ritenere che l’antro è stato consacrato in comune ad ambedue (le specie)? Siano dunque i crateri di pietra e le anfore simboli delle Ninfe delle acque.

Difatti questi sono simboli di Dioniso in quanto che d’argilla, vale a dire di terra cotta: per essere questi graditi quale dono al dio della vite, perché il suo frutto è cotto dal fuoco del cielo.
Crateri di pietra e anfore convengono altresì molto bene alle Ninfe che sono preposte all’acqua che sgorga dalle rocce, e quale simbolo sarebbe più conveniente di questi alle anime cadute nel divenire e nell’individuazione? Perciò il poeta osò dire che su questi tessono stoffe color porpora, meravigliose a vedersi

È infatti nelle ossa e attorno alle ossa che si forma la carne e negli animali queste tengono della pietra, (di là) l’assimilazione con la pietra. E perciò i telai sono fatti di pietra e non di altra materia. Le stoffe color porpora sono apertamente la carne intessuta di sangue: difatti le tele (assumono) il colore purpureo dal sangue, e anche la lana è tinta con (quello) degli animali, e la formazione della carne si dà per il sangue e dal sangue.
Il corpo è la veste dell’anima che lo indossi; cosa meravigliosa a vedersi, sia che tu consideri la struttura (di questo), sia l’unione dell’anima con questo.
Così anche in Orfeo, Kore, che guarda a tutto quanto nasce da seme, è tramandata quale tessitrice, giacché gli antichi chiamavano velo il cielo, quasi fosse veste degli dèi celesti.
Per quale ragione dunque, le anfore sono piene non di acqua ma di favi? Perché in esse, dice (il poeta),
le api serbano il loro miele.
Tithaibossein sta a significare tithenai ten bosin (depositare il nutrimento), e miele è per le api nutrimento e vita.
Del resto, coloro che parlano delle cose divine si sono serviti del miele per molti e diversi simboli, per il fatto che raccoglie in sé svariate potenze;’ ed è perciò che ha la capacità di purificare e conservare: infatti molte cose si mantengono incorrotte col miele e le vecchie ferite si purgano col miele. È dolce al gusto, e raccolto nei fiori dalle api, le quali avviene nascano dai buoi.
Perciò dunque, a coloro che vengono iniziati ai misteri Leontici viene versato sulle mani miele in luogo dell’acqua per lavarsi, ordinando di mantenere le mani monde di ogni cosa dolorosa, dannosa, impura; e impongono cosi al miste, data la capacità purificatrice del fuoco, convenienti lavacri, avversando l’acqua come contraria al fuoco. Così pure purificano la lingua da ogni cosa falsa.
Quando invece offrono miele a Persa, come al custode dei frutti, fissano (così) nel simbolo (la capacità) del conservare. Onde taluni sostenevano che il nettare e l’ambrosia, che il poeta fa stillare dalle narici affinché non si corrompano coloro che sono morti, sono presi per miele, giacché il miele è nutrimento agli dèi. Perciò dice anche in qualche luogo: "nettare rosso"; in effetti tale è il miele per il colore. Ma noi esamineremo altrove con più accuratezza se per nettare si debba intendere miele.
In Orfeo poi, Kronos è insidiato col miele da Zeus: (questi) infatti, pieno di miele diventa ebbro e, come ottenebrato da vino, s’addormenta.
Così pure in Platone, Poros s’empie di nettare: e non si trattava certo di vino. Perché dice, in Orfeo, la Notte a Zeus suggerendo l’insidia col miele:

Quando tu lo vedrai sotto le querce dall’alte chiome, ebbro per l’opere delle api dai sonori ronzii, legalo.

Ciò subisce Kronos: legato, è evirato come Urano; volendo intendere colui che parla delle cose divine, che a causa del piacere sono incatenate e s’abbassano alla generazione le divinità, disseminando (così) le potenze liberate per il piacere. Onde Kronos evira Urano, (allorché questi) per desiderio di copula scende verso Rea, ma una medesima cosa significa per loro il piacere che viene dalla copula e quello che viene dal miele, ingannato dal quale Kronos è evirato. In effetti Kronos e la sua sfera è il primo di quelli che hanno moto contrario ad Urano; e le potenze discendono dal cielo e (dagli astri) vaganti. Ma Kronos raccoglie quelle che vengono dal cielo, e Zeus quelle che vengono da Kronos.
Donde, essendo il miele preso e per la purificazione, e per la corruzione naturale,’ e per il piacere che conduce alla generazione, è attribuito quale simbolo conveniente alle Ninfe delle acque, data l’incorruttibilità delle acque cui sono preposte, la loro purezza, il concorso (che hanno) alla generazione.
L’acqua infatti concorre alla generazione; e la ragione per cui le api serbano il loro miele nei crateri e nelle anfore, sta nel fatto che i crateri costituiscono il simbolo delle sorgenti: come pure il cratere è stato posto accanto a Mitra in luogo della fonte; mentre le anfore di ciò con cui attingiamo dalle sorgenti.
Sorgenti e fonti convengono allo stesso tempo alle Ninfe delle acque, e ancora più, alle Ninfeanime che gli antichi chiamavano con nome specifico api, quali operatrici di piacere. Onde Sofocle poté senza sconvenienza dire delle anime:

Lo sciame dei morti ronza e ascende.

Gli antichi erano soliti chiamare api anche le sacerdotesse di Demeter, preposte come dee terrene alle iniziazioni, e la stessa Kore, Mellita. E ape chiamavano la Luna, quale protettrice della generazione, anche perché per altro aspetto la Luna è Toro, e l’esaltazione della Luna avviene (nel) Toro, e, in più, le api nascono dai buoi. E nate da buoi (chiamavano) le anime giunte nella generazione, e ladro di buoi il dio che ode nel secreto il divenire.
Già (in passato) è stato fatto del miele un simbolo della morte, e perciò sacrificavano alle divinità sotterranee libagioni di miele, e del fiele quello della vita.’ Volendo certo dire che la vita (razionale) dell’anima viene a morte per il piacere, mentre rivive per l’amarezza: donde i sacrifici di fiele agli dèi; oppure che la morte libera dalle cure, mentre la vita in questo luogo è faticosa e amara.
Né tuttavia dicevano indistintamente api tutte le anime che vanno verso la generazione, ma solo quelle che dovevano condurre una vita secondo giustizia e, compiute le opere grate agli dèi, nuovamente tornare. Perché questo vivente ama il ritorno, ed è giusto al massimo grado e sobrio: donde sobrie (si dicevano) anche quelle libagioni fatte col miele. Né posavano (,Sulla mensa) le fave, che avevano assunto quale simbolo della generazione continua e dell’irrigidimento, giacché sono pressoché le sole, tra ciò che si semina, ad essere interamente forate, non essendo segmentate dalle ostruzioni dei nodi. Pertanto i favi e le api costituirebbero simboli convenienti e comuni sia alle Ninfe delle acque, sia alle anime che vanno verso la generazione quasi promesse spose.
Del resto, poiché gli antichissimi, prima ancora che si concepissero i templi, consacravano caverne e antri agli dèi: in Creta i Cureti a Zeus, in Arcadia a Selene e a Pan Liceo, ed in Nasso a Dioniso, e inoltre in ogni luogo dove, propiziandosi la divinità con la caverna, riconobbero Mitra, per questo Omero non si accontenta di dire che la caverna di Itaca ha due porte, ma dice (anche) che l’una porta è volta verso Borea, e l’altra, che ha (un carattere) più divino, verso Noto; e che quella settentrionale scende: non indica invece se quella verso Noto scende, ma solo che:

… per di là non entrano gli uomini, che è la via degli immortali.

Resta pertanto da indagare quale sia il divisamento sia delle consacrazioni, qualora il poeta esponga il vero, sia del suo oscuro detto, qualora sia un racconto di sua invenzione.
Dato che l’antro costituisce l’immagine e il simbolo del mondo, Numenio e Cronio suo compagno dicono che due sono nel cielo le estremità, delle quali una non è più meridionale del tropico invernale, e l’altra non è più settentrionale di quello estivo. Quello estivo poi è nel Cancro, mentre quello invernale è nel Capricorno. Ed essendo per noi vicinissimo alla terra il Cancro, a buona ragione (il suo segno) è attribuito alla Luna che è prossima alla terra. Mentre il Capricorno, essendo invisibile più del polo meridionale, è attribuito a quello che di gran lunga è il più lontano e alto di tutti (gli astri) vaganti, cioè a Kronos.
In vero le posizioni dei segni dello zodiaco sono in (questo) ordine dal Cancro al Capricorno: dapprima il Leone, sede di Helios; poi la Vergine, di Hermes; la Bilancia, di Afrodite; lo Scorpione, di Ares; il Sagittario, di Zeus; il Capricorno, di Kronos.
In senso inverso poi dal Capricorno: l’Acquario, di Kronos; i Pesci, di Zeus; l’Ariete, di Ares; il Toro, di Afrodite; i Gemelli di Hermes; e infine il Cancro, di Selene.
Coloro dunque che parlano delle cose divine ponevano essere due (il numero) di questi ingressi: Cancro e Capricorno; e Platone parla di due bocche. Di queste, il Cancro è quella per cui le anime discendono, ed il Capricorno quella per cui ascendono. Ma il Cancro è settentrionale e atto alla discesa, mentre il Capricorno è meridionale e atto all’ascesa. E le parti di Settentrione sono proprie alle anime che discendono verso la generazione.
E rettamente gli ingressi dell’antro volti a Borea discendono per gli uomini, mentre le parti di Meridione non sono proprie agli dèi, ma a coloro che ascendono agli dèi. Per questa ragione (il poeta) dice via non propria agli dèi, ma agli immortali, comune anche alle anime che sono per sé o per essenza immortali.
Dicono che anche Parmenide facesse menzione di questi due ingressi nella (sua opera) Sulla natura delle cose, e che se ne serbi memoria (presso) Romani ed Egizî. Infatti i Romani celebrano, le feste di Kronos quando il sole entra nel Capricorno; e festeggiano facendo indossare agli schiavi le vesti dei liberi, e mettendo tutto in comune. (Con ciò) il legislatore volle dire che in conformità a questo ingresso del cielo, coloro che per la nascita si trovano ora nella condizione di schiavi, durante le feste di Kronos e nella casa consacrata a Kronos, vengono liberati, e vivificati tornano alla generazione. Quindi (a partire) dal Capricorno la via è per loro atta alla discesa; perciò chiamavano janua la porta, dicendo anche januarius, cioè portiere, il mese nel quale il sole ritorna dal Capricorno verso Oriente, volgendosi alle parti di Settentrione.
Mentre per gli Egizî il principio dell’anno non è nell’Acquario, come per i Romani, ma nel Cancro . Difatti Sothis, che i Greci dicono stella del Cane, si trova presso il Cancro.
Il loro novilunio poi è costituito dal sorgere di Sothis, che dà principio alla generazione nel mondo. Né in verità attribuivano porte al Levante e al Ponente, né agli equinozi quali l’Ariete e la Bilancia, ma a Noto e a Borea, [e agli ingressi verso Noto, massimamente meridionali, o verso Borea, massimamente settentrionale]; che l’antro era consacrato alle anime e alle Ninfe delle acque, e sono quelli i luoghi convenienti alle anime (sottoposte) alla generazione e alla morte.
Quanto a Mitra gli era subordinata una sede particolare in Prossimità degli equinozî; perciò porta il brando dell’Ariete, segno di Ares, ed è portato dal Toro, (segno) di Afrodite: che Mitra, come il Toro, è demiurgo e signore della generazione. Inoltre è posto in prossimità del circolo equinoziale, avendo alla destra le parti di Settentrione, a sinistra quelle di Meridione; ed avendo ordinato a sé, nella sua conformità,’ l’emisfero meridionale per essere caldo, e quello settentrionale per la freddezza del vento.
Del resto, è con ragione che si associano i venti alle anime che vanno verso la generazione, e a quelle che si separano dalla generazione, per il fatto che anche loro attirano lo spirito, come pensano taluni, e ritengono tale sostanza. Tuttavia, il vento di Borea è conveniente a quelle che vanno verso la generazione: perciò il soffio di Borea "rianima" coloro che sono sul punto di morire e "respirando male rendono l’anima" mentre quello di Noto dissolve. Infatti l’uno essendo più freddo, congela e trattiene nella freddezza della generazione terrestre, mentre l’altro, essendo più caldo, dissolve e rimette al calore del divino. Ma essendo il luogo della nostra dimora più conforme a Borea, è inevitabile che (le anime) informate convengano a questo vento di Borea, e quelle che da qui si partono a Noto. E questa è anche la causa per cui Borea è veemente allorché si alza, e Noto allorché cessa. Difatti, quello incombe direttamente su coloro che abitano sotto il polo, questo invece viene da molto più lontano: il (suo) flusso (venendo) da lontano è più tardo (nel colpire), ma quando si sia accumulato allora cresce.
Inoltre, entrando le anime nella generazione dall’ingresso settentrionale, per questo presupposero proclive all’amore il vento; e infatti:

Simile ad un cavallo dalla nera criniera si giacque (con esse)
che ingravidate partorirono dodici puledri.

E dicono ancora che rapì Orithya, e generò Zetes e Kalais. Al contrario, coloro che assegnano agli dèi il Meridione, quando s’oppressa il mezzogiorno, stendono veli nelle celle degli dèi. Osservando cosi il precetto omerico che non (rende) lecita agli uomini l’entrata nei santuari al tempo dell’inclinazione del dio verso Noto:

... ma è la via degli immortali.

Poiché il dio sta nel punto culminante sopra la porta, fissano pertanto (con essa) anche un simbolo del mezzogiorno e di Noto. Quindi non era assolutamente permesso parlare presso le porte a qualsiasi ora, quasi che sacre fossero le porte. E per questo i Pitagorici e i saggi dell’Egitto, che onorano col silenzio il dio che è principio dell’universo, proibivano di parlare varcando gl’ingressi e le porte.
Così Omero sa che le porte sono sacre, come dimostra presso di lui Oincus, che scuote (la porta) in luogo della supplica:

Scuotendo le salde imposte supplica il figlio

Così pure sa che gli ingressi del cielo, affidati alle Ore, traggono principio dai luoghi nebulosi, e che la loro apertura e chiusura avviene mediante le nubi:

Sia disperdendo sia interpongano una densa nube.
E per questo mugghiano, che anche i tuoni si danno dalle nubi:
Da sé mugghiano gli ingressi del cielo, che le Ore ministrano.

E altrove parla degli ingressi del sole, volendo significare Cancro e Capricorno. (Il sole) in effetti procede fino a questi, discendendo da Borea verso le parti di Meridione è di là ascendendo verso le parti di Settentrione. Orbene, il Capricorno e il Cancro si trovano nella Via Lattea, della quale vengono ad occupare le estremità: il Cancro, quella settentrionale, il Capricorno, invece, quella meridionale.
Secondo Pitagora poi, la turba, (che si percepisce) nei sogni, è costituita da quelle anime che, afferma, si riuniscono nella Via Lattea, così chiamata dal latte di cui si nutrono (le anime) allorché cadono nella generazione. Perciò coloro che evocavano le anime sono soliti fare libagioni a queste con miele mischiato a latte: perché (queste) per il piacere si sono date cura di muovere alla generazione, ed il latte si forma per natura insieme ad esse.
Inoltre le parti di Meridione suscitano persone di piccola statura: difatti il calore le dimagrisce al massimo grado, ed è per questo stesso che diminuiscono e disseccano. Mentre in quelle di Settentrione (le persone) sono tutte alte; come provano Celti, Trací, Sciti, e la loro terra che porta innumeri pascoli. Talché il suo stesso nome viene da pascolo: ma il nome pascolo vale nutrimento, e di conseguenza (il vento) che spira dalla terra del nutrimento, essendo nutriente, è chiamato Borea.
Per queste cose, dunque, le parti boreali convengono alla stirpe mortale, cadente sotto la generazione; mentre le parti australi a quella (che ha un carattere) più divino; parimenti le parti di Oriente agli dèi e quelle di Occidente ai demoni.
Poiché la natura ha principio dalla differenziazione, stimarono ovunque ciò che ha due porte come suo simbolo. Infatti, il viaggio si compie attraverso l’intelligibile e il sensibile; e nel sensibile, o attraverso ciò che non erra o ciò che erra; e di nuovo, o per cammino immortale o per mortale cammino. E v’ha un centro sopra la terra e uno sotterraneo; e l’Oriente di contro all’Occidente; e la sinistra e la destra; la notte e il giorno: per questo l’armonia (ha un andamento) a doppia curva e saetta attraverso gli opposti.
Pure Platone parla di due bocche: attraverso l’una (passando) coloro che salgono in cielo, attraverso l’altra coloro che scendono in terra. E quanti parlano delle cose divine fissano il Sole e la Luna quali ingressi delle anime; e per il Sole si sale, mentre per la Luna si scende. E due piti sono in Omero:

Dei quali, l’uno dà doni di male, e l’altro di bene

Anche presso Platone, nel Gorgia, l’anima è tenuta per un pito: ed è benefica per un verso, malefica per l’altro; razionale e irrazionale. Che i piti, come le anime, costituiscono il ricettacolo di energie e qualità siffatte. E in Esiodo si vede un pito chiuso, e un altro che il piacere apre e per tutto disperde, rimanendo la sola speranza. Infatti, in coloro nei quali l’anima è frivola, dispersa intorno alla materia, viene meno all’ordine; in tutti questi, è solita pascersi di buone speranze.
Pertanto, essendo ovunque ciò che ha due porte simbolo della natura, è con ragione che anche l’antro ha non una ma due porte, parimenti diverse per, modo d’operazione: l’una spetta agli dèi e ai valenti (tra gli uomini), l’altra ai mortali e più frivoli.
Anche Platone, che muove da ciò, conosce (il senso) dei crateri. e prende (quindi) piti in luogo delle anfore, e due bocche, come dicemmo, in luogo dei due ingressi.
E Ferecide di Siria, parlando di recessi, di buche, di antri, di porte e di ingressi, vuole con ciò significare le nascite e le morti delle anime. Ma per non estendere il discorso, introducendo i punti di vista degli antichi filosofi e di coloro che parlano di cose divine, noi riteniamo con ciò di avere spiegato tutto il disegno della narrazione.
Resta dunque da esporre il simbolo dell’ulivo piantato (in capo al porto); cosa che infine (il poeta) palesa. Esso significa certo qualcosa d’ancora più singolare, (poiché) non è detto semplicemente piantato, ma in capo (al porto):

In capo al porto un ulivo dalla lunga chioma vicino a lui l’antro...

Non è però per un caso, come si potrebbe opinare, che germoglia in questo modo, ma esso contiene l’oscuro significato dell’antro. Poiché, infatti, il mondo non si trova ad essere né per caso né per ventura, ma è compimento’ della sapienza di dio e della intelligente natura; (così) l’ulivo è piantato accanto all’antro, immagine del mondo, quale simbolo della sapienza di dio. In effetti è l’albero di Atena, ed Atena è sapienza. Poiché (Atena) è nata dalla testa’ del dio, colui che parla delle cose divine ha trovato un luogo conveniente, allorché lo consacrò in capo al porto; volendo con ciò significare che questo universo non è opera nata da sé, né da caso privo di ragione, ma è compimento di natura intelligente e di saggezza; che è per un verso separata da lui, per l’altro vicina, posta alla testa di ogni porto.
L’ulivo poi, che è sempre verde, supporta una qualità molto conveniente alle conversioni delle anime nel mondo, alle quali è consacrato l’antro.
Infatti durante l’estate le foglie candide volgono in su, mentre durante l’inverno sono (solo) quelle più candide che si rigirano; onde anche coloro che invocano nelle preghiere e nelle suppliche tendono ramoscelli d’ulivo, presagendo (così) di mutare per sé in lucore l’oscurità dei pericoli.
L’ulivo, che è dunque per natura sempre verde, porta un frutto che è lenimento alle pene, ma è pure offerto ad Atena, e la corona per gli atleti vittoriosi si trae da lui, e da lui il supplice ramo per coloro che pregano.
Così anche il mondo è retto da intelligente natura, mosso da eterna e sempre verde sapienza, dalla quale è concesso il premio della vittoria agli atleti della vita e il rimedio alle molte pene, e colui che rinfranca i miseri ed i supplici: il demiurgo che mantiene il mondo.
In questo antro dunque, dice Omero, bisogna deporre i beni di fuori, e spogli cingere l’abito del mendico, e affliggere il corpo, e avversare tutto quanto è superfluo, e piegare i sensi consigliandosi con Atena, con lei assiso alle radici dell’ulivo, sul come recidere tutte le insidiose passioni della propria anima.
Difatti non senza uno scopo, credo anche per queste cose Numenio stimava che, per Omero, Ulisse costituisse nell’Odissea immagine di colui che attraversa per gradi la generazione e che per tal modo è ristabilito presso coloro che sono oltre ogni tempesta e non hanno esperienza del mare:

Affinché giunga presso coloro che non conoscono il mare
e mangiano un cibo non condito col sale.

Del resto anche in Platone e il mare, e l’acqua del mare, e l’onda, sono la sostanza materiale. E per questo, credo, chiamò Forcino il porto:

V’è poi un porto proprio a Forcino, l’anziano del mare.

Dal quale fa discendere, all’inizio dell’Odissea, anche una figlia di nome Toosa, da cui nacque il Ciclope che Ulisse privò dell’occhio, affinché (cioè) sino in patria ci fosse ricordo degli errori. Onde conviene anche a lui lo stare assiso sotto l’ulivo, come chi supplichi il dio e plachi il demone natale col supplice ramo.
Non era infatti possibile liberarsi facilmente di questa vita sensibile a colui che l’aveva orbata, e s’era adoprato per annullarla d’un sol colpo. Ma sempre tiene dietro a colui che osa tali cose l’ira delle divinità marine e materiali. Che è necessario prima placare con sacrifici, e ancora con fatiche da poveri mendicanti e atti di perseveranza, ora combattendo le passioni, ora incantando e ingannando, passando per ciò stesso attraverso ogni modalità, acciocché, spogliato dei propri cenci, possa di tutto impadronirsi.
E neppure così sarà libero dalle fatiche, ma solo quando sia completamente fuori dal mare, e ignaro delle cose del mare e della materia, a tal punto da ritenere che il remo sia un ventilabro per la completa ignoranza degli arnesi e dei lavori del mare.
Né è da ritenere che tali spiegazioni siano state forzate, e siano congetture di quanti inventano ragioni. Ma considerata l’antica saggezza, e quanta fosse la sapienza di Omero e la perfezione (che aveva) in ogni virtù, non è possibile non riconoscere come nella forma del mito egli esprimesse per immagini ciò che più ha (carattere) divino.
Non poteva infatti fingere per intero un argomento che dà nel segno, se non rifacendosi per la finzione ad alcunché di vero.
Ma differiamo la trattazione di ciò ad altra opera, mentre ha qui fine l’ermeneutica del principio che informa l’antro.

giovedì 17 febbraio 2011

L'Isola delle Janas

Al centro dell'Isola di Sardegna un antico albero cresce
che sempre verde s'erge
ed è l'oggetto della ricerca di tanti
che delle sue leggendarie proprietà hanno sentito parlare.
Ma essi ignorano che è protetto
da un esercito di bellissime donne fatate
che impediscono loro di raggiungerlo.

'Isola delle Janas ; from Nannai on Vimeo.

Monte d'Akkoddi - La Ziggurat Sarda

Monte d’Akkodi
La Ziggurat Sarda

di Nannai

Quando si parla di piramidi rapido corre il nostro pensiero alle antiche piramidi di Giza e subito dopo si presentano alla nostra memoria le immagini delle bellissime piramidi a gradoni del Centro-America oppure le alte ziggurat mesopotamiche. Al lettore più attento alle questioni della localizzazione diAtlantide verrà anche in mente la piramide sommersa di Yonaguni, al largo delle coste giapponesi. Ma, molti ignorano che per poter visitare una piramide non è necessario attraversare interi oceani o varcare i confini nazionali e giungere fino alle calde sabbie della piana di Giza oppure arrivare alla martoriata terra fra i due fiumi, fino all’antica città di Ur.
Esiste, infatti, un isola al centro del Mediterraneo occidentale, conosciuta oggi con il nome di
Sardegna, ma in passato nota al mondo greco con i nomi di Jchnussa, Sandalyotin, Argyrophlebs (Vene d’Argento), o al mondo dell’antico Medio Oriente con il nome di SHRDN (toponimo che si ritrova nella famosa Stele di Nora) e da cui l’isola ha preso il suo nome attuale; in quell’isola, dicevamo, baciata dal sole, a Nord, a pochi chilometri da Porto Torres, sul Monte d’Akkodi, sorge una singolare ziggurat.
La struttura di questa piramide ricorda con facilità le ben più famose piramidi a gradoni dell’antica Ur e sembrerebbe testimoniare un contatto tra le civiltà sumero-accadica del tipo di quella sorta ad Ur e la Sardegna.
Come per le altre piramidi distribuite in tutto il mondo, anche per la ziggurat sarda, gli archeologi conferiscono ad essa una valenza religiosa. In altre parole, si tratterebbe di un luogo sacro in cui gli antichi abitanti della Sardegna eressero la loro piramide e sulla sua sommità edificarono un tempio dedicato alla loro divinità ancestrale.
La costruzione piramidale sembra essere stata da sempre l'edificio preferito dagli antichi per mettere in contatto il mondo divino con quello umano, per creare una piattaforma che permettesse in quel luogo sacro di avere un collegamento tra cielo e terra. Una porta d'accesso per gli dei in questa nostra dimensione, in questo mondo che chiamiamo realtà di tutti i giorni.
È noto che per gli antichi la scelta di un luogo per l’edificazione di un edificio sacro non era casuale. Veniva, infatti, scelto dai sacerdoti o dagli sciamani delle antiche tribù per le sue caratteristiche energetiche. È così doveva essere avvenuto anche per Monte d’Akkodi.
La piana di Monte d’Akkodi è sempre stata, fin dalle prime frequentazioni umane, un luogo sacro. Le prime testimonianze di frequentazione del pianoro di Monte d’Akkodi si possono far risalire alla cultura di Ozieri, al neolitico medio (c.a. 4000 a.C.). Al neolitico recente invece è da attribuire la costruzione di diversi villaggi che gravitavano intorno ad un centro sacro-cerimoniale caratterizzato da diversi menhir, lastre sacrificali e blocchi sferoidali (tra cui il cosiddetto omphalos, una sfera di 4,5 m di diametro e 1,3 tonn. di peso) che per noi moderni risultano avere un misterioso significato cultuale.
Ed è in questo stesso luogo che le genti della Cultura di Ozieri edificarono un primo santuario, che sarebbe diventato la base su cui si eresse la successiva ziggurat di Monte d’Akkodi. Questo primo santuario era caratterizzato da una forma troncopiramidale alta circa 5,5 m. preceduta da una lunga rampa. Tutte le superfici di questo primo edificio sacro erano dipinte di ocra rossa, da qui deriva anche la denominazione di “Tempio Rosso”con cui gli archeologi si riferiscono a questo primo santuario.
Il Tempio Rosso viene abbandonato per un certo periodo probabilmente in seguito ad un forte incendio che lo distrusse completamente. Solo intorno al 2300 a.C., sui resti preesistenti, viene edificato il “Tempio a gradoni” che ancora oggi è possibile visitare. Il tempio viene innalzato e per poter raggiungere la sommità, ora più alta, viene costruita una nuova rampa, lunga 41,80 m, che si sovrappone a quella preesistente.
L’edificio di Monte d’Akkodi risulta essere unico nel suo genere sia in Sardegna che in tutto il
Mediterraneo e per trovare qualcosa di simile, come dicevamo in precedenza, dobbiamo rifarci alle costruzioni templari della Mesopotamia.
Ma tutto ciò cosa può significare? Quest’edificio, così simile alla ziggurat di Anu o AN, ad Uruk, sembrerebbe documentare un collegamento tra la Sardegna e il mondo mesopotamico. Ma secondo la storia e l’archeologia ufficiale i popoli che vivevano lungo le sponde del Mediterraneo, nel III millennio a.C., non erano dei così abili navigatori e le loro sortite in mare si limitavano ad una navigazione a vista. Quindi non poteva esserci stato un contatto. Ma la presenza della ziggurat sarda sembrerebbe testimoniare il contrario.
Infatti, da sempre la Sardegna, al centro del mare nostrum dei latini, è stata il ponte che collegava legenti del Mediterraneo occidentale con quelle orientali e lì su quest’isola queste genti si frequentavano e si scambiavano le loro merci e le loro conoscenze.
I ritrovamenti fenici, scoperti nella Sardegna meridionale documentano che già agli inizi del VII secolo a.C. se non sul finire del IX secolo, questi mercanti naviganti compivano la traversata in mare aperto dalla Sicilia nord-occidentale alle coste meridionali della Sardegna. Essi giungevano ai porti sardi dopo una lunga navigazione d’altura. E sempre fenicie sono le tracce di una prima presenza stanziale nell’isola sarda proprio a nord, nel villaggio indigeno di Sant’Imbenia, in provincia di Sassari, non molto lontano da dove sorge la ziggurat di Monte d’Akkodi. Quindi già all’inizio del I millennio a.C. esisteva un collegamento tra Sardegna e Medio Oriente.
Ma la costruzione piramidale sarda è di almeno un millennio e mezzo più antica, quindi i rapporti tra l’isola e il mondo sumero-accadico dovevano essere avvenuti molto prima. La domanda successiva a cui rispondere era quella se a quel tempo l’uomo compiva traversate in mare così lunghe. Una prova di questo, sebbene indiretta, ci viene da un altro mistero, quello degli antichi geroglifici egizi ritrovati in una grotta della foresta del Parco Nazionale della Hunter Valley, in Australia. Secondo i ricercatori che li hanno studiati essi sono autentici e risalgono a circa 4500 anni fa.
L’anziano egittologo Ray Johnson sarebbe riuscito a tradurre i geroglifici della grotta. Ne è emersa una saga tragica di antichi esploratori, naufragati in una terra sconosciuta, e la morte prematura del loro capo di stirpe regale, ‘il Signore Djes–eb.
Quindi l’uomo del terzo millennio a.C. era capace di fare lunghe traversate per mare. Dunque, una presenza di abitanti della Mesopotamia in Sardegna non risulta più così difficile da credere.
Anche tra gli studiosi di archeologia sarda si sostiene da sempre una derivazione della Civiltà Nuragica da quella Mesopotamica. Sostenitore di questa interpretazione, nei suoi libri e nelle sue lezioni universitarie, è anche il professor Giovanni Lilliu, accademico dei Lincei. In particolare, egli parla di “facies anatolica” intendendo con ciò una provenienza dalla Mesopotamia settentrionale. Anche il professor Garbini nel suo “Filistei” scrive : “Uno dei gruppi che formavano la tribù di Zabulon aveva per eponimo un certo Sared, ……un nome che, come avviene spesso nell’Antico Testamento, è secondario rispetto all’etnico, che in questo caso è sardi, cioè “sardo”. (Genesi 46,14 e Numeri 26,26)”.
E da questo il professor Garbini ne deduce: “Da un punto di vista linguistico questa forma ebraica è molto interessante perché, affiancandosi al latino sardus conferma la natura di suffisso della –n finale che compare in altre forme come Shardana, Sardinia, SHRDN (quest’ultima attestata in un antica iscrizione fenicia trovata a Nora in Sardegna).”
Altre prove che supportano una derivazione della cultura nuragica dal mondo mesopotamico ci
vengono dallo studio della linguistica, in particolare dallo studio dei toponimi (lett. nome del luogo), che si mantengono inalterati nel corso dei millenni e nel corso degli avvenimenti storici che spingono le popolazioni a sostituirsi a quelle precedenti. Sostenitore di questa ipotesi è Raffaele Sardella che nel suo “Il sistema linguistico della Civiltà Nuragica” sostiene che nei numerosi eponimi e toponimi diffusi in tutta la Sardegna è possibile riscontrare traccia di una derivazione della lingua degli abitanti della Sardegna dell’età nuragica dalla lingua sumero-accadica. Egli vede anche nell’abitudine dei sardi di sillabare e, cioè, di scandire le sillabe, come se fossero indipendenti in ogni singola parola, una conseguenza del fatto che, in passato, i sardi erano abituati a parlare una lingua monosillabica e questa tendenza sarebbe rimasta anche nelle lingue successivamente apprese. Questa lingua monosillabica, originale, secondo il Sardella, non era altro che il sumerico, lingua monosillabica e agglutinante per eccellenza.
Mantenendoci in tema di linguistica, e seguendo la via tracciata dal Sardella, possiamo anche trovare una spiegazione del toponimo Monte d’Akkodi. Il termine Akkodi, infatti, non risulta essere frequente nella lingua sarda. Per spiegare l’origine di questo misterioso toponimo si sono fatte delle associazioni linguistiche che appaiono spesso forzate. Vediamo cosa scrive Ercole Contu nel suo “Sardegna Archeologica - L'Altare preistorico di Monte D'Accoddi”: “Più problematica appariva la seconda parte del nome, che venne fatta derivare da un’erba (kòdoro, cioè terebinto) o da luogo di raccolta (accoddi) o da corno (la corra) o, addirittura, dall’espressione che in sardo si usa per dire facciamo l’amore?! Solo di recente il Prof. Virgilio Tetti ha potuto accertare che il nome più antico documentato nelle carte catastali è Monte de Code, che significava Monte-collina delle pietre (coda/e significa pietra/e).”
Come si può osservare non si ha una certezza della derivazione del nome in questione. Ma, forse la spiegazione di questo antico e misterioso toponimo si ritrova ancora una volta andando a leggere l’opera del professor Garbini. Egli scrive: “La presenza di un gruppo sardo nella compagine di una tribù israelitica insediata a sud-est di Akko, nonché di un possibile toponimo con la stessa origine nella medesima zona, riveste un duplice valore storico, perché da un lato conferma il dato egiziano sulla presenza di sardi nella Palestina settentrionale…”.
Dunque, in Medio Oriente esiste un toponimo, Akko, che ricorda da vicino quello di Monte d’Akkodi.
Ma quale divinità veniva adorata nel tempio di Monte d’Akkodi? Numerosi sono stati i ritrovamenti di statuine votive della Dea Madre. Quindi è probabile che vi si adorasse una divinità femminile. Se dunque, è corretta la nostra interpretazione di una derivazione della cultura nuragica da quella sumeroaccadica non dovremo essere lontani dalla verità se pensiamo che i riti che lì vi si officiavano erano gli stessi che si tenevano nella ziggurat di Ur. Ad Ur, nel nono giorno dall’inizio del nuovo anno, veniva officiato il rito che svelava i misteri della creazione del genere umano.
Esso era preceduto da una processione che congiungeva la ziggurat con il tempio sacro ad Ishtar, la dea più importante della città, altrove conosciuta come Inanna o Astarte e rappresentante quella divinità matriarcale che conosciamo in tutto il mondo antico con il nome di Dea Madre.
Di questo parere è anche il professor Lilliu che così scrive in “La società in Sardegna nei secoli -
Prima dei nuraghi”:
“..Il tipo di tempio conosciuto - lo ziqqurath di Monte d'Accoddi presso Sassari - è basato sulla
concezione vegetativa-uranica dell'albero della vita, un simbolico altissimo albero che avrebbe unito terra e cielo. Sull'alto dello ziqqurath il dio Sole sarebbe sceso a giacersi con la Grande Sacerdotessa, immagine terrena della Dea Madre, o dea della fertilità agraria e umana. Documenti e simboli di queste divinità sembrerebbero una grossa pietra sferica (paragonabile all'omphalos del culto apollineo), e due menhirs di diverso colore: bianco e rosso (colori che stilizzano le carni femminili e maschili); lo sono parecchie statuette femminili marmoree rinvenute tra le rovine dell'edificio che è in forma di tronco di piramide terrazzata preceduta da una rampa sulla fronte.”
Ma i misteri della ziggurat sarda non terminano qui. I riti che lì vi si tenevano dovevano essere
accompagnati da cruenti sacrifici animali (forse anche umani?). Di questi rituali ne dà testimonianza l’ampio altare sacrificale di pietra calcarea che si trova a lato della rampa
che porta su fino al tempio. L’altare, che misura 3,15x3,20 m, e del peso di poco più di otto tonnellate, è caratterizzato da sette fori che si trovano lungo i suoi bordi che permettevano
il fluire del sangue delle vittime sacrificali fino all’inghiottitoio naturale che si trova sotto di esso e, lì, di accumularsi. Forse, utilizzato per il culto della Dea Madre o del sotterraneo culto del mondo dei morti. Oppure una spiegazione di un tale sofisticato sistema di raccolta del sangue lo si può trovare in un passo delle “Tavolette di Smeraldo di Thoth”, in cui si dice che: “In un lontano passato, prima dell’esistenza di Atlantide, là c’erano uomini che ricercavano nell’Oscurità, usando la magia nera ed evocando esseri dalle profondità sotto di noi.
Così essi entrarono in questo ciclo. Erano, senza forma, appartenenti ad un’altra vibrazione, vivendo non visti dai figli degli uomini della Terra. Solo attraverso il sangue sarebbero potuti essere formati. Solo tramite l’uomo avrebbero potuto vivere nel mondo”
Dunque, era noto agli antichi officianti che, affinché il rito della congiunzione del dio Sole con la Gran Sacerdotessa nel tempio potesse avere luogo, era necessario che il dio assumesse forme corporee utilizzando il sangue delle vittime sacrificali.
Ma cosa spinse i popoli della fertile Mesopotamia ad abbandonare le proprie dimore? Un eco di questa migrazione lo possiamo rintracciare nel racconto biblico di Abramo che abbandona la città di Ur con la sua famiglia. Infatti, la data in cui, secondo la Bibbia, Abramo lascia la città coincide con quella suffragata da prove storiche e archeologiche, della distruzione di Ur.
La scoperta fatta dal geologo Sharad Master dell’Università di Witwatersrand (in Sudafrica) di un cratere di 3,4 km di diametro, alla confluenza del Tigri con l’Eufrate, conferma l’impatto di un
gigantesco meteorite con la Terra. L’ipotesi di un evento catastrofico, come causa responsabile dei cambiamenti climatici, avvenuti intorno al 2.200 a. C., e che abbiano determinato il collasso della civiltà sumera è stata sostenuta da diversi studiosi nel corso degli anni. Master e Woldai, nel 2004 – 2006, hanno ipotizzato che proprio l’impatto di un meteorite, alla confluenza dei due fiumi mesopotamici, dove ora sorge il lago Umm al Binni, possa essere stata la causa di questi eventi.
Quindi un evento catastrofico spinse quelle genti ad abbandonare le loro terre e a spingersi al di là del mare per giungere fino in Sardegna, lasciando come testimonianza, per noi moderni, della loro presenza, la ziggurat di Monte d’Akkodi e i diversi nomi di luogo e persona che si ritrovano nell’isola sarda.