domenica 15 gennaio 2012

Ritualità della Morte in Barbagia. (Conferenza di Cagliari, 22/12/2011)

La giovane sociologa Stefania Mattana presenta a Cagliari il suo saggio etno-sociologico "Ritualità della Morte in Sardegna". L'evento promosso dall'associazione culturale e studentesca Terra Mea, in collaborazione con l'Ersu, ha permesso ai presenti di intervenire con domande e chiedere approfondimenti sul lavoro svolto dalla sociologa. Il saggio antropologico si presenta come un aggiornamento dei rituali funebri svolti in Sardegna e in particolare in Barbagia. In esso si possono trovare numerosi riferimenti a figure mitiche come s'Accabadora, le Panas, le Attitadoras e vengono raccontati anche i rituali legati al lutto, come quello del dono offerto ai parenti del defunto.


giovedì 5 gennaio 2012

I Rituali della Morte

di Nannai


La vita degli individui di tutti i popoli sia del Presente che del Passato è da sempre scandita da importanti avvenimenti  che coinvolgono non solo il singolo individuo ma tutto il gruppo a cui questo individuo appartiene. Ogni individuo è qualcosa di unico per il gruppo di cui fa parte e l'accettazione nel gruppo avviene solo dopo che questo ha superato alcune prove. Queste possono coinvolgere attivamente o passivamente l'individuo. Passiva è sicuramente la prova che i nuovi nati, in una popolazione primitiva, devono affrontare per essere accettati dal gruppo. Prima che ciò avvenga, il neonato deve superare il primo anno di vita perchè possa venir accettato sia dai genitori che dal gruppo e solo allora gli verrà assegnato un nome con cui chiamarlo. 
I momenti importanti della vita di un individuo sono la nascita, l'iniziazione all'età adultà, l'unione coniugale e la morte .
Tutti questi momenti sono sempre profondamente segnati da pericoli che possono anche portare alla morte. Così è noto che, in molte tribù del passato,  al momento della pubertà dei ragazzi, quest'ultimi si sottopongano a cerimonie di iniziazione; e una delle più comuni è quella di fingere di ucciderlo per poi riportarlo in vita. 
Una volta rinato gli viene anche assegnato un nuovo nome e con questo nuovo nome verrà chiamato dagli altri appartenenti al gruppo. Questo rito che probabilmente è memoria di antichi rituali in cui il ragazzo doveva affrontare realmente delle prove pericolose si è trasformato in una forma più attenuata in cui la morte è solo simbolica. 
E' opinione di molti che questi fenomeni non  avvengano più nella nostra società occidentale. Questo è vero solo in parte, alcune forme sono andate attenuandosi fino a scomparire ma riti di iniziazione avvengono continuamente in gruppi di fratellanze come la massoneria o nell'inserimento in gruppi religiosi. Anche in questi casi è comune osservare un rituale in cui compare una morte simbolica e subito dopo la rinascita.
Come può, ormai, apparire evidente in tutte queste tappe della vita di un individuo è sempre presente la morte.
Questa parola è ormai tabù nella opulenta e longeva società occidentale. Nella nostra società questo fenomeno è sempre più relegato in luoghi appartati e lontani dalla comunità a cui il defunto apparteneva e spesso lontano anche dalla famiglia.
La morte del corpo fisico rappresenta la vera morte. E' il momento in cui l'individuo lascia realmente la comunità: egli l'abbandona lasciando un vuoto in essa e nei cuori dei suoi componenti. E' dunque, un fenomeno cruciale per la sopravvivenza stessa del gruppo. Quest'ultimo deve quindi porre in atto alcuni rituali per fare sì che esso sopravviva e il defunto percorra la sua strada senza intoppi.
Anche in Sardegna si possono osservare questi fenomeni, in particolare per quanto riguarda i rituali funebri. Per poter parlare di queste usanze sarà utile riportare alcuni esempi relativi a questi riti. Per fare ciò mi voglio avvalere di un saggio di recente pubblicazione della giovane sociologa Stefania Mattana, intitolato "Ritualità della Morte in Barbagia".
 Il saggio si presenta come un ottimo lavoro di raccolta delle testimonianze relative alla morte nella società contemporanea della Sardegna e in particolare della Barbagia. Esso si inserisce tranquillamente tra i migliori studi antropologici  ed etno-sociologici relativi alle usanze e ai riti della Sardegna. Il suo valore aumenta per la recente pubblicazione in quanto mette in evidenza quali usanze e riti continuano a venir mantenuti e quali sono andati perduti.
Della Sardegna si dice che in essa vi si possano trovare delle antiche credenze ancora vive. Non è sempre così, ma forse per quanto riguarda le usanze funebri sembra che sia vero. Il saggio della Mattana riporta fedelmente quali sono i rituali che ancora oggi vengono compiuti nella Sardegna contemporanea.
Quello che più mi ha impressionato è che nei racconti dei testimoni e degli intervistati vengono ricordate figure come S'Accabadora, le Panas, le Rias e le Prefiche.
Tra tutte, le Prefiche sono quelle che mi hanno permesso di richiamare alla memoria letture passate sulle usanze funebri che venivano svolte nell'antico mondo euromediterraneo. 
Il compito delle Prefiche era quello di ricordare solennemente le azioni compiute in vita dal morto attraverso un canto tragico e lamentoso. Dai sardi vengono chiamate "Attitadoras", e come si può leggere nel saggio della Mattana, esse sono come delle "sacerdotesse dell'aldilà che evocano la morte, interagendo con gli elementi infausti e tetri". 
Queste figure erano sempre di sesso femminile, raramente si ricordano uomini, in genere parenti strette del defunto o altre volte semplici vicine di casa. Ad esse si univano le lamentatrici di "professione", chiamate per intonare i loro antichi canti composti da parole in versi che rasentavano la composizione poetica.
Ma ciò che più incuriosisce, e in un certo senso affascina, sono le azioni compiute da queste donne durante il loro triste canto. Ed è,proprio, nel loro agire che si riesce a trovare un filo conduttore con il passato:
"Esse iniziavano sommessamente il loro pianto, in un tono crescente che le portava ad urlare, strammazzare in terra o stare sulle ginocchia, a graffiarsi le guance, strappandosi la chioma, battendosi il petto e lacerando con i denti i fazzoletti con cui si asciugavano le lacrime...."
di Stefania Mattana
Zènìa Editrice
Questo passo, tratto dal saggio della Mattana, richiama alla memoria un ben più famoso pianto. Il lamento di uno degli eroi della Guerra di Troia, Achille piè veloce che si strazia per la morte del suo caro amico e compagno, Patroclo, caduto in battaglia per mano del valoroso Ettore. Come si può leggere nel passo, che riporto qui sotto, numerosi sono i punti di contatto che richiamano alla mente il lamento delle Attitadoras sarde, testimoniando che le azioni compiute da queste donne si sono fossilizzate nel tempo all'interno di un rito che non è mutato nei millenni.


"Mentre che questi pensieri agitava nel sangue e nel cuore,
ecco gli venne vicino il figliulo di Nestore chiaro,
lagrime calde versando, e messaggio parlò di dolore;
Ahimè, figlio di Peleo guerriero, che tristo messaggio 
ascolterai! quale cosa, che no, non doveva accadere!
Patroclo giace atterrato, ed al morto si battono intorno!
nudo! che l'armi Ettore ha, il guerriero dell'elmo ondeggiante.
Disse; e colui del dolore la nuvola nera coperse:
con le due mani egli prese la polvere del focolare,
e sulla veste odorata aderiva la cenere nera.
Esso gigante così nella polvere lungo disteso
tutto giaceva, la chioma strappandosi con le sue mani,
mentre le ancelle che Achille avea prese con Patroclo, in guerra,
tutte dolenti nel cuore strillavano forte, e via, fuori
corsero intorno ad Achile guerriero, e lì tutte con mano 
si percottevano il petto, e si sciolsero a tutte i ginocchi.
D'altra parte versava le lagrime Antiloco, a goccie,
con nelle proprie le mani d'Achille, che muto gemeva;
ch'esso temea non la gola così si tagliasse col ferro."
Iliade, Liber XVII, 15-34.


Il lutto è un altro momento particolare dei riti funebri sia per la famiglia che per la comunità; un momento in cui la comunità matura ed elabora la mancanza della persona scomparsa. Quello che è più impressionante è che, anche, a questo livello si può individuare quello che abbiamo messo in rilievo per il singolo individuo. Nei riti, di cui abbiamo parlato più sopra, abbiamo sempre visto che dopo la morte simbolica dell'individuo questa veniva seguita da una rinascita. Così, anche nel caso della morte fisica, della vera morte che sottrae il proprio caro alla famiglia e alla comunità, nei diversi popoli si è sviluppata la convinzione nell'immortalità dell'individuo oppure nella sua capacità di rinascere in una nuova vita. 
Ed è solo quando tutti i rituali che accompagnano il lutto sono stati compiuti, e che servono alla comunità per elaborare la perdita, solo allora il defunto è veramente libero. Il suo viaggio verso l'altro mondo è andato a buon fine grazie ai riti.




Bibliografia


- Gregory Smyth -Il Cannibalismo. Due esempi amazzonici.- Loescher Editore Torino 1983


- James Frazer - Il Ramo d'Oro - Newton&Compton Editori


- Stefania Mattana -  Ritualità della Morte in Barbagia - Zènìa Editrice di Mario Murru, 2010


- Omero - Iliade. Liber XVII, 15-34



mercoledì 28 dicembre 2011

Ho visto agire s'Accabadora

In questa interessantissima e importante intervista-documento, realizzata dall'antropologa Dolores Turchi, viene raccontato dalla signora Concas di Gadoni il modus operandi de "S'Accabadora". Questa figura, che negli ultimi anni è ricomparsa nella memoria del popolo sardo in concomitanza con i fatti di cronaca legati all'eutanasia, svolgeva un compito difficile e delicato: quello di porre fine alle sofferenze e alla lunga agonia dei malati in fase terminale. Osteggiata dalla chiesa e dalla gran parte delle persone religiose, era, in realtà, protetta con il silenzio e pochi conoscevano la sua identità e i suoi modi di agire. Questa copertura è stata così efficace che, ad oggi, esistono studiosi che pensano che i racconti che fanno riferimento a S'Accabadora non siano altro che leggende mitiche o che al massimo facciano riferimento a una figura che agiva in un antico passato. In realtà numerosi sono i viaggiatori e gli studiosi stranieri, giunti in Sardegna nei secoli, e che fanno riferimento a questa figura. Questa intervista prova che in realtà, una figura di tal genere è esistita almeno fino agli anni Quaranta del secolo scorso.


mercoledì 16 novembre 2011

Cannibalismo Rituale

di Nannai

Condivido qui la tesina preparata in occasione dell'esame di Antropologia, sostenuto nel settembre del 2001.

 Cannibalismo Rituale

Il Cannibalismo è un fenomeno tanto raccapricciante quanto complesso e la sua pratica si perde nella notte dei tempi. Una cosa interessante da osservare è che esso venne praticato da moltissimi popoli in diverse parti del mondo. Infatti, fin dagli albori della storia, il genere umano ha divorato i suoi simili in una cornice di oscure cerimonie nelle quali la carne e il sangue della vittima erano consumati per acquistare certi poteri o come offerta agli dei.
Per la maggior parte degli antropologi questa pratica è ormai appurata e classificano il cannibalismo in relazione all’oggetto; si parla, così, di autocannibalismo, quando è rivolto al proprio corpo, ad esempio mangiarsi le unghie o l’interno delle guance fino all’autotortura; si ha, invece, esocannibalismo, quando ha come oggetto individui non facenti parte della comunità; e infine l’endocannibalismo, riferito al consumo di individui all’interno dello stesso gruppo.
Invece per un uomo della cosiddetta società civile, l’idea del nutrirsi dei propri simili è vista come una cosa ripugnante ed impossibile ad attuarsi. E’ difficile anche credere che siano esistiti dei popoli o delle singole persone capaci di fare ciò, eppure già lo storico greco Erodoto e altri scrittori dell’antichità descrissero alcuni popoli cannibali. Così nel Medioevo, il viaggiatore e mercante italiano, Marco Polo parlò dell’esistenza di tribù, dal Tibet all’isola di Sumatra, che praticavano l’antropofagia.
Per rintracciare l’origine del termine cannibale (con il quale oggi si intende chi si ciba di carne umana, cioè pratica l’antropofagia) bisogna risalire al XV secolo e cioè ai primi contatti tra Cristoforo Colombo e gli indigeni americani dei Caraibi.
Questi indigeni gli riferirono l’esistenza di una tribù, di nome Cariba (da cui è derivato per traslitterazione il termine canìbales passando per carib-calib-canib = canìbales ) la quale, dicevano, praticava l’antropofagia. Il termine cannibale nei resoconti dei primi viaggi in quei luoghi veniva usato per indicare alcuni gruppi di quella zona. Il termine poi acquistò una connotazione più ampia fino ad esser usato per indicare qualsiasi gruppo che si pensava mangiasse carne umana.
Se poi questi primi “cannibali” fossero realmente mangiatori d’uomini non si sa di certo. Le fonti a riguardo sono confuse. E dal momento che la fonte principale di queste affermazioni erano i membri di un popolo, gli Arawak, che indicavano come cannibali i membri dell’altro gruppo indigeno dominante della zona, i Carabi (due popoli divisi tradizionalmente da una reciproca e profonda inimicizia) rende la notizia molto poco credibile.
In Europa, comunque, i racconti di Colombo non ci misero molto ad essere accettati dato che essi andavano a convalidare idee e preconcetti che si aveva di popoli così lontani e diversi.
Dunque le considerazioni fatte sopra mettono in dubbio l’attendibilità di questi racconti. Ma la cautela di fronte a questi argomenti però non dovrebbe sfociare nel completo rifiuto dell’esistenza della pratica del cannibalismo in qualsiasi società, come vorrebbero fare alcuni studiosi come W. E. Arens. Poiché è anche vero che il cannibalismo in alcuni popoli è esistito realmente.
Per questo è meglio citare fonti più attendibili come i racconti forniteci nei suoi diari dal capitano inglese James Cook che nel XVIII secolo esplorò i mari del Sud (Pacifico e Antartico). Nel Libro di bordo parla della pratica cannibalica operata dai maori della Nuova Zelanda.

L’Antropofagia attraverso la Storia

Alcuni studiosi sembrano individuare tracce di pratiche cannibaliche anche in reperti antropologici dei predecessori del Homo sapiens sapiens. Esistono anche alcuni ritrovamenti che provano che alcuni gruppi di Homo erectus si dessero al cannibalismo. Inoltre, ci sono alcune evidenze che l’Homo antecessor vissuto più di 800.000 anni fa nella Sierra de Atapuerca (Burgos), praticasse il cannibalismo. Infatti, le ossa di questi ominidi sono state ritrovate mescolate con utensili di pietra e ossa di animali cacciati, come cervo, bisonte e rinoceronte, anche se molto probabilmente lo faceva per soddisfare l’istinto di sopravvivenza. ( fonte: Le Scienze, n° 397, Settembre 2001).
Comunque, alcuni indizi indicano l'esistenza dell'antropofagia rituale, già a aprtire dal Paleolitico, nella quale i crani umani erano usati come coppe.

Nel 1939, uno studioso italiano, il prof. Alberto Carlo Blanc, in una grotta del monte Circeo, la grotta Guattari, rinvenne un cranio umano in ottimo stato di conservazione. Il reperto si trovava in un piccolo antro appartato, quasi al centro di un gruppo di pietre, la cui disposizione apparve voluta, cioè intenzionale. Nessun'altra parte dello scheletro fu rinvenuta e il cranio presentava l'orbita destra sfondata e il foro occipitale considerevolmente allargato: un rituale necessario per consumare il cervello del morto?
Tale reperto risultò appartenere ad una stirpe vissuta in Italia e in altri paesi europei la bellezza di 70.000 anni fa, conosciuta con i nomi di Neanderthal o uomini della cultura musteriana;
Dalla larghezza insolita del foro occipitale risulta chiaramente che l’encefalo, cervello e cervelletto, vennero estratti e probabilmente consumati in un macabro banchetto. Ciò porta all’ipotesi che quel cranio fosse di un individuo dotato di grande forza e coraggio. Doti da farne un essere superiore. Perciò i sopravissuti devono aver pensato di nutrirsi del suo cervello per acquisire le virtù del defunto.
L’identificazione di tracce di cannibalismo è, comunque, uno dei compiti più difficili per gli studiosi, soprattutto per i resti paleoantropologici.
Per molti altri studiosi il cranio neandertaliano del Circeo non sarebbe un esempio di cannibalismo preistorico. Nel 1989 questi studiosi , nel corso di un congresso tenutosi nel Parco Nazionale del Circeo, fornirono le prove delle loro convinzioni. Essi basavano le loro affermazioni su evidenze raccolte da vari specialisti sia nel sito di ritrovamento, sia sul cranio stesso, con l’ausilio del microscopio elettronico a scansione, le quali rilevarono essere opera di animali carnivori, soprattutto iene.
Ma come riconoscere le tracce del cannibalismo? Elementi chiave sono particolari incisioni sulle ossa lasciate da oggetti da taglio, fratture provocate con l’intento di estrarne gli elementi nutritivi, come il midollo, bruciature che rilevano una, pur rudimentale, cottura, presenza di particolari sostanze nelle feci. I paleontologi, tuttavia, sono molto cauti. Non si può affermare con assoluta certezza che segni di resezione o colpi dati per fratturare abbiano scopi cannibalistici. Queste tracce potrebbero essere attività di scarnificazione legate, ad esempio, al culto del cranio, frequente tra i popoli antichi e osservati anche in tempi recenti in Nuova Guinea o in Papuasia.
Indizi di pratiche cannibalistiche più vicine a noi temporalmente (10.000 anni fa) ci vengono dall’antica Britannia. Ma esistono prove che anche i loro pronipoti non più di 2000 anni orsono, al tempo delle invasioni romane, si mangiavano l’un l’altro. Infatti è stata scoperta una fossa comune contenente le ossa di una quarantina di corpi. Il particolare più interessante di queste ossa è dato dal fatto che esse sono divise longitudinalmente e svuotate del midollo: un segno tangibile di cannibalismo.
Probabilmente queste persone vennero uccise come vittime sacrificali in vista di un importante battaglia. Dalle descrizioni delle guerre galliche di Cesare sappiamo che i Celti prima di un importante battaglia compivano sacrifici umani di massa. Inizialmente prendevano i prigionieri di guerra, poi i criminali, poi gli zoppi e i malati. La cosa notevole di queste ossa è che molte di esse mostrano segni di malformazioni e infermità. Questa sembrerebbe una conferma delle parole di Cesare. Una volta terminato il rito cannibalico i resti venivano gettati in una buca ( che era vista come la porta degli inferi). Sempre tra i Celti un'altra macabra usanza piuttosto diffusa era lo sbudellamento, ovvero l'estrazione delle viscere della malcapitata vittima. In entrambi i casi emerge il concetto di "utilizzo" del nemico: esso rappresenta un bene da non sprecare. Da questo si evince come il cannibalismo assume un ruolo economico in una tribù, infatti e' un'usanza diffusa soprattutto in quelle organizzazioni sociali che non avevano ancora dato un ruolo attivo all'utilizzo dei prigionieri (vedi ad esempio gli schiavi); come stretta conseguenza nascono una serie di pratiche correlate come la tortura, che vanno ad anticipare il momento del "pasto" vero e proprio. Un'altra tribù, con questi strani rituali, era quella degli Uroni, popolazione del Canada, a cui fino a due secoli fa, veniva insegnato fin da piccoli ad essere spietati e brutali con i nemici; per abituarsi a cio' i bambini erano costretti ad assistere alle terrificanti torture subite dai malcapitati avversari. Le torture inflitte erano qualcosa di incredibile, infatti alle vittime venivano bruciati gli occhi, venivano infilati nella gola e nel retto dei tizzoni ardenti, gli venivano spezzati i polsi e forate le orecchie utilizzando delle punte acuminate che gli venivano lasciate ficcate nella carne. Ognuna di queste pratiche era realizzata per poter dare il massimo del dolore lasciando la vittima in vita per il maggior tempo possibile; la sua uccisione dopo una notte di supplizi avveniva solamente all'alba con il taglio della testa. Una volta ammazzata la vittima, la tribù festeggiava per tutto il giorno con una serie di banchetti a base di carne del nemico.
Gli Uroni non erano i soli a praticare questo rito: all'inizio del XVII secolo, un marinaio tedesco di nome Hans Staden, naufragò sulla costa brasiliana e racconta di aver assistito a riti piuttosto macabri eseguiti dai Tupinamba. L’analisi attenta dei riti cannibalici di questa popolazione amazzonica probabilmente ci permette di capire qualcosa di più su questa pratica aberrante.
I Tupinamba, furono una delle prime tribù del continente sudamericano ad avere contatti con gli europei. Si tratta dei più famosi cannibali esistiti. E nonostante siano ormai estinti da più di tre secoli, le testimonianze sulle loro usanze macabre sono le più valide e documentate.
I tupinamba facevano parte di un gruppo molto più vasto, i Tupi-guaranì e sembra che fossero le uniche tra le società tupi-guaranì a praticare il cannibalismo rituale.
I resoconti descrivono una terra fertile e ricca di selvaggina e di pesce. Quindi non praticavano il cannibalismo per procacciarsi proteine nobili in modo semplice e rapido. Per capire meglio questa pratica in questo popolo dobbiamo considerare una delle loro maggiori occupazioni e, cioè, la guerra.
Lo scopo principale della guerra era procurare i prigionieri, e a questo scopo erano indette più volte all’anno incursioni nel territorio nemico. Una volta catturato un nemico questo veniva portato al villaggio , dove veniva preso ad insulti dalle donne e dai bambini. Poi dopo lo si faceva ballare insieme agli uomini e donne. Il rito sembra dovesse simboleggiare il passaggio da nemico ad amico del villaggio. L’esecuzione e la consumazione del prigioniero poteva avvenire anche vent’anni dopo la cattura come pure dopo un anno, in questo lasso di tempo comunque il prigioniero si poteva integrare completamente all’interno del villaggio, poteva prender donna ed avere figli. Ma terminato questo periodo, in cui il nemico veniva ospitato con tutti gli onori, essi cessavano di essere ospiti e tornavano ad essere nemici e quindi uccisi e mangiati. Secondo la testimonianza di Staden il prigioniero veniva preso e trascinato in una piazza piena di gente, dove veniva circondato da una serie di donne che lo ricoprivano di insulti; nel frattempo le donne più anziane, con il volto ricoperto da una tintura nera, disponevano una serie di contenitori in cui sarebbe stato raccolto il sangue della vittima. Il boia, vestito con un lungo mantello fatto di piume e armato di una pesantissima clava si avvicinava alla povera vittima per spezzargli la schiena e infine per dargli il colpo di grazia frantumandogli la testa. Il sangue ancora caldo della vittima era bevuto dalle vecchie, mentre ai ragazzini del villaggio era concessa la possibilità di bagnarsi le mani e parte del corpo.  Alle mamme del villaggio fu concessa la possibilità di bagnarsi i capezzoli affinché anche i neonati potessero gustarne il sapore, e quando il sangue fu sgorgato completamente il corpo fu equamente sezionato e cotto, sotto gli occhi bramanti di carne umana degli abitanti del villaggio che già ne pregustavano il sapore.
Le spiegazioni che fornivano i Tupinamba del cannibalismo era che lo facevano unicamente per vendicarsi dei mali da loro subiti ad opera del nemico. Questi riti dunque servivano per vendicarsi di tutta una serie di mali dei quali i nemici potevano essere accusati e nel frattempo i Tupinamba potevano accedere al loro paradiso, la Terra senza Male. In questo luogo erano ammessi, infatti, solo chi era stato capace di vendicare il loro popolo contro il nemico.
Eventi come quello sopra riportato non dovevano essere per l'epoca un evento straordinario, erano molte le testimonianze a riguardo, e ai vari riti si susseguivano sempre una serie di regole da rispettare; c'è da dire però che spesso ai banchetti veri e propri partecipavano le classi sociali più privilegiate, mentre a quelle inferiori veniva concesso "l'onore" di assistere alla fase preparatoria.


Le ragioni del cannibalismo

Le ragioni del cannibalismo in così diversi popoli semnbrano complesse da spiegare.

Ricercatori, come Loeb, affermano che nei popoli più primitivi la carne umana sostituiva la mancanza di altri cibi. Anche se sembra che nella maggior parte dei popoli più evoluti questo macabro banchetto avesse un significato di rituale magico.
In Sudamerica ci sono prove dell'esistenza di un cannibalismo tanto gastronomico che rituale. L'importanza di questo tipo di banchetti si trova nel fatto che contribuiva a rinsaldare  i rapporti tra i partecipanti. Nella valle del Cauca (Colombia) il cannibalismo non aveva connotazioni religiose e questa pratica, stranamente, si estese in zone dove c'era abbondanza di alimenti animali e vegetali (cereali come il mais). Secondo diversi ricercatori, come Gonzàles Torres, il cannibalismo si diffuse in molte aree solo per il mero gusto di consumare carne umana.
In Australia, invece, la questione è molto differente in quanto, qui, le condizioni di estrema scarsezza di alimenti, diedero luogo a frequenti casi di endocannibalismo; nel quale le madri consumavano insieme ai loro figli il neonato che avevano appena dato alla luce.

Ma nella maggior parte dei casi il cannibalismo spesso si associava a riti religiosi; è il caso degli Atzechi cultori del Dio Huitzilopochli. Nel giro di due secoli questa popolazione riuscì a creare un grande impero, sviluppando una grandiosa civiltà che finì però distrutta dai "conquistadores". Fu proprio uno di questi gruppi di predatori, in particolare quello al comando di Cortès, a documentarci sugli usi e costumi della popolazione, che basava la propria vita su una religione catastrofista. Per gli Atzechi, tutto il mondo era periodicamente distrutto e rigenerato da un dio che ridava vita alle ossa dei defunti con il sangue, ed era questo il tipo di offerta che richiedeva, oltre alla carne umana, naturalmente. Gli Atzechi sono anche l'esempio che viene usato da due studiosi moderni a sostegno delle loro interpretezioni.
Da una parte abbiamo Marvin Harris che sostiene che la pratica del cannibalismo avveniva tra gli Atzechi perchè rappresentava una fonte di alimentazione in una zona in cui gli approvviginamenti erano scarsi. E a supporto delle sue affermazioni ci sono le ricostruzioni pervenuteci tramite le innumerevoli testimonianze, dalle quali si è ricavato che gli Atzechi facevano utilizzo delle varie parti del corpo delle vittime paragonabile al nostro conumo odierno degli animali domestici.
Questo può portarci a credere che una delle motivazioni più valide sia da attribuire alla necessità di arricchire la propria dieta con preziose proteine appartenenti al mondo animale, nel modno sicuramente più facile e veloce. La difficoltà in quel periodo a procurarsi della cacciagione, anche in Europa, portava a lunghi periodi di carestie che favorivano in alcuni casi episodi più o meno ripetuti di antropofagia per prolungare la propria sopravvivenza. A sostegno di questa ipotesi si potrebbe riportare il cado della tribù Fore, abitante gli altopiani boscosi della Nuova Papua Guinea. I guinani praticano l'agricoltura da più di 7000 anni e coltivano specie locali (ma mancano del tutto i cereali) che sono però povere di calorie perchè crescono stentantamente ad elevate altitudini. Gli animali di grossa taglia si sono estinti tutti intorno al 12.000 a. C. e la caccia si basa su piccoli uccelli tra l'altro difficili da catturare tra le fronde degli alberi. Queste condizioni secondo gli studiosi sarebbero state le motivazioni della nascita del cannibalismo tra questi popoli, e cioè la ricerca di proteine animali. Infatti da quando la NUova Guinea è passata sotto il protettorato australiano, le autorità australiane hanno fatto uno sforzo notevole per sradicare il cannibalismo dalle usanze di questi popoli, ma da quando esso è scomparso gli agricoltori degli altipiani soffrono di gravi carenze alimentari perchè i vegetali da loro coltivati (il taro e la patata dolce) sono poveri di proteine. I bambini guineani dell'interno hanno l'addome gonfio e le membra scheletrichetipico di chi mangia molti carboidrati ma poche proteine e questi sono anche i sintomi tipici di quella malattia dell'alimentazione chiamata Kwashiorkor. Quindi in ultima analisi, la costatne ricerce di proteine è probabilmente la causa della sistematica diffusione del cannibalismo nella zona.

Tornando alla disputa sulla spiegazione dell'antropofagia di parere diverso a quello di Marvin Harris è invece Marshall Sahlins, il quale sostiene che l'aspetto alimentare dle sacvrificio umana atzeco era di modesta importanza, e che più imporanti erano gli aspetti sacro-religiosi che creavano una serie di riti molto complessi e articolati. In questa interpretazione ma soprattutto nelle ritualizzazioni degli atzechi si può osservare nel sacrificio umano da loro praticato un rimasuglio dei riti di culture più primitive nelle quali il sacrificio umano era visto come un rito tendente a conseguire un fine. Si trattava di un azione simbolica mediante la quale si credeva di poter intervenire nel mondo del sopranaturale. Si pensava che il sacrificio di un uomo avesse come risultato che la vittima abbandonasse questo mondo ed entrasse in uno stadio intermedio tra il mondo reale e quello sopranaturale. Uccidendo la vittima con metodi cruenti, seguendo un rituale, i sacrificatori pensavano che si liberasse un energia, da non confondere con il concetto di anima, capac di intercedere tra gli dei e gli uomini per ottenere benefici perosnali o per la comunità. Mentre il consumo del corpo sarebbe solo un modo per evitare che l'anima tornasse sulla terra per compere la sua vendetta.

Secondo James Frazer per un uomo primitivo i motivi del pasto mistico sono, invece, molto semplici. Egli è infatti convinto che mangiando la carne dell'uomo ne assimili le caratteristiche non solo fisiche ma soprattutto morali e intellettuali. Quindi nelle popolazioni più primitive, ma dedite alla guerra tribale, dove ancora non si era sviluppato il concetto di schiavitù, si osservava un uso del nemico prigioniero come intercessore degli uomini con gli dei. Nelle società più evolute le stesse motivazioni si sono arrichite di rituali complessi e lunghi ma essenzialmente il motivo finale era sempre lo stesso. Comunque, anche questa interpretazione è valida per spiegare il cannibalismo in alcune ma non in tutte le culture.


Bibliografia

- Gregory Smyth -Il Cannibalismo. Due esempi amazzonici.- Loescher Editore Torino 1983

- Jared Diamond - Armi, Acciaio e malattie,  Einaudi Editore 2000

- Le Scienze, n° 397, Settembre 2001

- Marvin Harris - Antropologia Culturale,  2 edizione, Zanichelli

- William H. Prescott – La conquista del Messico – Newton & Compton Editore Ottobre 1997

-James Frazer – Il Ramo d’oro - Newton & Compton Editore Settembre 1999

venerdì 4 novembre 2011

Gobekli Tepe, un tempio dell'Eden?

Gobekli Tepe:‭ ‬Il primo insediamento umano della Storia‭? 

di Nannai


Per lungo tempo gli archeologi erano convinti che l'insediamento più antico della storia si trovasse nella pianura di Konya, nell'altopiano anatolico, e che coincidesse con i resti della città neolitica di Catal Huyuk, la cui economia si fondava su una fiorente agricoltura. Poi, nel 1907, iniziarono gli scavi  nella depressione del Mar Morto, ad ovest del Giordano, che portarono alla luce le rovine dell'antica città di Gerico. Nota per un importante passo biblico (Giosuè 6:16-27), datato dagli storici al 1450 a.C., in cui viene raccontato che Giosuè riuscì a buttar giù le sue mura e a conquistare la città grazie ad un provvidenziale aiuto. Ma i resti più antichi della città di Gerico in realtà datano a molto tempo prima.  Risalgono, infatti al X millennio e su queste rovine si sviluppò una cultura proto-urbana, che ancora non usava la ceramica. Esiste, però, un altro insediamento umano ancor più antico di queste città, anch'esso situato in Anatolia, ma più a sud, nelle regioni montuose che confinano con la Siria, nella parte settentrionale di quella regione che viene chiamata Mesopotamia. 
Questo insediamento non solo è più antico di Gerico e di Catal Huyuk ma è persino anteriore a Stonehenge di ben 6.000 anni. Questo è Gobekli Tepe che è riuscito fin dalla sua scoperta a rovesciare la visione convenzionale della nascita della civiltà, non solo per la sua datazione, di 12.000 anni, ma anche per la sua natura di primo insediamento a carattere cultuale. Si tratta infatti di un'importantissimo insediamento religioso dell'età neolitica, con importantissime raffigurazioni a bassorilievo.
Inizialmente ritenuto un cimitero monumentale del medioevo islamico, gli scavi che riportarono alla luce questo imponente tempio neolitico iniziarono nel 1994 ad opera dell'archeologo tedesco Klaus Schmidt, giuntovi in seguito alle pressioni della sovraintendenza locale che raccoglieva prove di un sito archeologico per la continua scoperta di reperti archeologici.


 

Gli elementi più caratteristici del tempio sono sicuramente gli alti pilastri a forma di T, separati l'un l'altro da muretti a secco in pietra e che costituiscono i confini di edifici a cerchi concentrici. I pilastri trovati in questo sito non sono un eccezione, già altri furono rinvenuti in siti vicini, ma mai in così gran numero. Invece eccezionali sono i bassorilievi e gli altorilievi su di loro incisi. Questi raffigurano ogni sorta di animale che doveva abitare le fertili pianure tutto intorno alla collina di Gobekli Tepe. Abbondano raffigurazioni di animali da selvaggina, anatre, ibis, gru ed altri uccelli, e poi vi sono raffigurati tori ed animali predatori come volpi, leoni, cinghiali. Ed ancora tantissimi avvoltoi, così tanti che questo fatto ha spinto alcuni studiosi ad ipotizzare che in quel luogo vi fosse una specie di culto degli avvoltoi. Dal momento che questi uccelli avevano la sgradevole funzione di nutrirsi dei morti che venivano posti all'aperto proprio per venir spolpati, prima di venir deposti nelle sepolture a loro dedicate. Quindi questi uccelli necrofori dovevano essere visti con un aurea divina. Essi risultavano essere il tramite tra il mondo terreno e il cielo. Questa teoria portata avanti dall'archeologo francese Danielle Stordeur è stata scartata dallo stesso Schmidt che ritiene che quelle figure di avvoltoi antropomorfi non siano altro che delle raffigurazioni di sciamani. Schmidt comunque ritiene che questo sito avesse un importante ruolo nel culto dei morti, in particolare in quel culto chiamato degli Antenati, che sembra fosse molto diffuso nel neolitico. Schmidt scarta anche l'ipotesi che i pilastri possano raffigurare figure maschili e femminili e quindi qualsiasi collegamento con il culto della Dea Madre. Comunque, dare un giudizio definitivo di quali culti vi si officiassero sembra ancora prematuro. Ancora molto c'è da scavare e le scoperte future potrebbero aiutare ad avere delle idee più precise su questo sito.
Gobekli Tepe risulta straordinario anche per il fatto che un insediamento di questo tipo, di così grande estensione e con così massicci monumenti non potesse venir eretto dai frequentatori di quella regione, in quanto si è sempre pensato che i raccoglitori-cacciatori del Neolitico non potessero avere quel surplus di cibo che permetteva loro di mantenere tutte le persone necessarie per la sua realizzazione.
Il fascino e il misticismo di questo antico insediamento aumenta se pensiamo che il sito sorge in quella regione in cui  gli antichi documenti sumero-accadici e la Bibbia localizzavano il mitico Eden o l'E.DIN. Lo pensa anche il suo scopritore, Schmidt: "Questo posto era il sito del biblico giardino di Eden. Gobekli tepe è un tempio dell'Eden". Qui i primi uomini dell'età della nuova pietra potevano nutrirsi con la raccolta della frutta degli alberi, la caccia e la pesca nei fiumi e trascorrere il resto del tempo in attività piacevoli. Poi tutto si trasformò. Ci fu la scoperta dell'agricoltura e in questo caso per ottenere il cibo era necessario lavorare duro in modo incessante  e quotidianamente. Questa transizione la si può osservare negli scheletri dlel'epoca. I numeri dei nati crebbe ma i piccoli erano più deboli ed esili, perchè il corpo umano si doveva adattare ad una dieta più povera di proteine e ad uno stile di vita più faticoso. Un altro esempio di questo passaggio è il mutamento dell'ambiente circostante alla collina di Gobekli Tepe. Un tempo al momento della sua costruzione quella regione doveva essere verde e florida, abitata da tutti quegli animali che sono raffigurati nel tempio, ma poi il passaggio all'agricoltura ha trasformato l'ambiente rendendolo sempre più brullo e poi, quando ormai impoverito, venne abbandonato. L'abbandono finì la trasformazione in quel deserto che ora è quella regione.
Secondo Schmidt la probabile causa di questo mutamento  fu proprio la costruzione del tempio: "Per costruire un posto come questo, i cacciatori devono essersi riuniti in gran numero. Dopo avere finito l'edificio, probabilmente rimasero riuniti per il culto. Ma poi scoprirono che non potevano alimentare tante persone con una regolare attività di caccia e raccolta. Penso, quindi, che abbiano iniziato la coltivazione di erbe selvatiche sulle colline. La religione spinse la gente ad adottare l'agricoltura."
Uno scenario di questo tipo non sembra inverosimile in quanto è ciò che è successo in tante altre occasioni di sfruttamento delle risorse di un luogo da parte dell'uomo. Ciò che è importante sottolineare è che questo errore fosse commesso fin dagli albori da parte della civiltà umana. Da allora l'uomo ha reiterato il misfatto senza imparare dalle sue azioni.
Bibliografia

Andrew Curry, Photographs by Berthold Steinhilber‭- Gobekli Tepe: The World’s First Temple? - Smithsonian magazine,‭ ‬November‭ ‬2008

Paolo Battistel - La Civiltà Perduta di Gobekli Tepe - Runa Bianca n°3, Settembre 2011

Wikipedia - Gobekli Tepe

Lino Bottaro - Gobekli Tepe, l'incredibile sito archeologico in Kurdistan di 12.000 anni fa.